FIGLI E NIPOTI BERSAGLIO PER FAR SALTARE LA TRATTATIVA SUL CESSATE IL FUOCO

DI PIERO ORTECA

REDAZIONE

 

Dalla redazione di REMOCONTRO – 

Omicidio di Stato esibito, tra i più crudeli di cui abbiamo memoria. Tre figli e tre ragazzi, nipoti del leader di Hamas Ismail Haniyeh, uccisi da un drone assassino israeliano con una raffica di missili nel campo profughi di Shati. Una mossa che ha gettato lo scompiglio, nel momento più delicato dei negoziati per il cessate il fuoco.

Tutto purché non sia pace

Qualcuno non vuole la pace a Gaza e le rema platealmente contro. Ieri, gli israeliani, con un blitz a sorpresa nel campo profughi di Shati Beach, hanno sterminato mezza famiglia del leader supremo di Hamas, Ismail Haniyeh. L’attacco è stato confermato dallo stesso Haniyeh, nel corso di una drammatica intervista concessa ad Al Jazeera. «Sono grato a Dio – ha detto il leader palestinese – per l’onore che mi ha dato, con la morte di tre dei miei figli e di alcuni dei miei nipoti. Loro sono rimasti con il nostro popolo palestinese, a Gaza, non se ne sono andati e non sono scappati».

Droni killer, omicidio mirato

Secondo notizie di agenzia, l’omicidio mirato, eseguito dalle forze speciali di Tel Aviv, è stato compiuto nel campo profughi di Shati, con l’utilizzo di un drone-lanciamissili. Amir, Mahammad e Hazem si trovavano in macchina, assieme ai figli, quando sono stati colpiti. Si stavano recando da parenti, per festeggiare tutti assieme la fine del Ramadan, con la festa dell’Eid al-Fitr, che suggella il completamento del mese di digiuno religioso. Ismail Haniyeh ha detto ad Al Jazeera che, dall’inizio della guerra, circa sessanta membri della sua famiglia sono stati sistematicamente eliminati dagli israeliani.

Sconcerto e rabbia, furia americana

La notizia ha provocato sconcerto e rabbia in quanti si stavano adoperando, proprio in queste ore, in una difficile opera di mediazione con Hamas. Trattative lunghe e complicate, che durano da settimane, per arrivare a un cessate il fuoco concordato e al rilascio degli ostaggi. Gli americani sono furibondi: qualcuno sta sabotando i loro sforzi? E qui bisogna dire subito che la giustificazione tentata dal governo israeliano per giustificare il blitz, è la giustificazione peggiore che potevano inventarsi.

Anarchia militare con licenza d’uccidere

Lo Stato maggiore dell’IDF, infatti, secondo quanto riferisce Haaretz, ha dichiarato che l’iniziativa dell’attacco contro i figli di Haniyeh «è stata presa a livello locale, da un ufficiale di grado intermedio» (probabilmente un colonnello). In un comunicato, si precisa che «il Comando militare sud dell’IDF non era stato informato dei piani d’attacco (e quindi non aveva potuto autorizzarlo)». La stessa cosa, è specificato, vale per la sfera politica: «Le agenzie di sicurezza israeliane non hanno aggiornato nè ricevuto l’autorizzazione governativa prima dell’attacco».

Come per l’assassinio dei cooperanti Usa

E questo già di per sé è grave e ricalca lo stesso sviluppo dei fatti verificatisi in occasione della strage dei cooperanti del WFK della scorsa settimana. E Haaretz sottolinea che la ‘prassi’ di decidere a cosa sparare, sul campo, senza seguire un protocollo esistente, sembra che sia stata una pratica abbastanza comune, finora, per l’esercito israeliano, a Gaza. Solo che, nel caso specifico, la personalità delle povere vittime solleverà polemiche altrimenti sepolte tra migliaia di altri lutti inspiegabili.

Diritto internazionale stracciato

La strage familiare, oltre a quella dei cooperanti, mette a nudo un modo, tutto israeliano, di condurre un’operazione militare in ambiente urbano, che non potrà non sollevare interrogativi sul rispetto delle convenzioni e del diritto internazionale. L’unica (debole e generica) spiegazione che è stata data per l’attacco, è che ‘forse’, uno dei figli di Haniyeh sarebbe stato coinvolto nella presa degli ostaggi del 7 ottobre. Adesso, la grande domanda è: cosa succederà con i negoziati per arrivare a una tregua e al rilascio degli ostaggi?

Una valanga d’odio sulla vita degli ostaggi

Il quotidiano Haaretz di Tel Aviv ha subito rilanciato: «Fonti israeliane esprimono preoccupazione, perché l’assassinio dei figli di Haniyeh potrebbe far fallire i negoziati sugli ostaggi». Dubbio immediato: perché li hanno ammazzati proprio ora? Ora l’esercito israeliano, prova ad avanzale il dubbio di un ipotetico attentato, ma sono ‘i fautori della guerra a oltranza, asserragliati nel governo Netanyahu’. Decisamente più ‘altra’, politicamente e moralmente, la risposta dello stesso Ismail Haniyeh. Obiettivo irrinunciabile, sempre e comunque, il ‘cessate il fuoco’.

Diplomazia oltre la guerriglia

Il leader di Hamas, ha detto che l’attacco israeliano «non cambierà la posizione del suo gruppo, nei colloqui indiretti per il cessate il fuoco». Ribadendo che reitererà le sue richieste fondamentali, riguardanti un cessate il fuoco permanente e il ritorno degli sfollati palestinesi anche nella zona settentrionale di Gaza. La reazione di Haniyeh all’ennesimo ‘strike’ israeliano fatto quasi a orologeria, non è stata quella di interrompere il dialogo e di ritirare la delegazione di Hamas dai colloqui, come forse qualcuno sperava. E questa è una buona notizia  per Biden, che poteva vedere spazzata, via, in mezza giornata, tutta la sua strategia fin qui faticosamente costruita, per arrivare un accordo di tregua a Gaza.

Benny Gantz sempre supergenerale

Perplessità diffuse anche sull’appello fatto dal supergenerale Benny Gantz, che ha messo in guardia Hamas, invitandolo ad accettare le condizioni per la tregua. Che sta accadendo in Israele? Ogni ministro cammina per conto suo, e alla fine, le decisioni sono una sorpresa per tutti (chiamiamola «frattura di potere orizzontale»). Oppure gli ordini che partono dall’alto, via via che scendono attraverso la catena di comando, vengono modificati o, addirittura, depotenziati. Per cui, in questo caso è la base a non avere indirizzi precisi, mentre il vertice a non si può aspettare ‘ritorni informativi’ affidabili.

“Sistema critico autorganizzato”

“In ogni caso, Israele, politicamente parlando, sembra funzionare come un «sistema critico autorganizzato». Un modello di gestione in cui la democrazia c’entra fino a un certo punto. Si va avanti alla giornata e l’unica cosa di cui ci si preoccupa è la ‘tattica’. La ‘strategia alta’, è un’altra cosa”.

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Articolo di Piero Orteca, dalla redazione di

11 Aprile 2024