IL COLPO DI SPUGNA

DI ALFREDO FACCHINI

Alfredo Facchini

 

Se c’è una data nella travagliata Storia della Repubblica italiana, che più di altre, grida ancora vendetta, quella è senz’altro il 22 giugno del 1946.

Una data che ancora oggi allunga le sue ombre cupe.
Quel giorno si consuma una vera e propria ignominia: entra in vigore la cosiddetta “amnistia di Togliatti”, che porta alla cancellazione di tutti i reati commessi fino al 18 giugno di quell’anno, tranne quelli più gravi.
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Almeno 10 mila ex membri del partito fascista vengono scarcerati o esonerati dai loro processi.
L’amnistia prende il nome dal leader del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti, all’epoca ministro della Giustizia. E’ lui che la vuole più di tutti gli altri componenti del Governo De Gasperi. Tanto da scrivere il testo dela legge praticamente da solo.
Tornano in circolazione personalità di primo piano del regime fascista. Gerarchi del calibro di Dino Grandi e Luigi Federzoni o repubblichini irriducibili come Renato Ricci e Junio Valerio.
Ma il “libera tutti” coinvolge soprattutto centinaia di funzionari minori del regime, capi partito, agenti della polizia segreta, torturatori e informatori.
Pochi giorni dopo la pubblicazione della legge, per esempio, furono liberati a Roma quattro aguzzini della banda Koch, un gruppo di torturatori fascisti, assieme a un colonnello condannato all’ergastolo per l’omicidio dei fratelli Rosselli.
La Resistenza è tradita.
Scoppiano proteste e incidenti in molte città quando i tribunali mandano a casa i ducetti locali.
L’associazionismo partigiano non accetta di buon grado la scarcerazione dei loro aguzzini.
A Casale, il governo invia l’esercito e una dozzina di carri armati per mantenere la situazione sotto controllo.
La legge è scritta all’italiana. È zeppa di scappatoie. Prevede che vengano esclusi dal provvedimento coloro che si siano macchiati di reati particolarmente efferati, ma lascia ai magistrati moltissime eccezioni interpretative. Tant’è che i giudici, ancora compromessi con l’ex regime, ci vanno a nozze.
La magistratura è ancora pesantemente infiltrata da personaggi loschissimi. Al punto che nella Suprema Corte di Cassazione siedono magistrati che pochi anni prima facevano parte del Tribunale per la difesa della razza.
Storici come Mimmo Franzinelli e Sergio Luzzatto sostengono, senza mezzi termini, che quella di Togliatti fu una mossa per accreditarsi come forza popolare e conciliante, anche e soprattutto, agli occhi degli Stati Uniti, poco inclini a ritenere moderati – d’incanto – i comunisti italiani.
Calcoli quanto mai sballati.
Prova ne fu che nel 1947, appena un anno dopo l’amnistia, De Gasperi fece fuori per sempre i comunisti dal governo.
L’amnistia, viene stravolta da altri provvedimenti, che ampliano la casistica dei crimini condonabili.
Nel 1953 il colpo di spugna finale,
L’amnistia, accompagnata dall’indulto, è applicata a tutti i reati politici commessi entro il giugno del 1948.
La dottrina della continuità dello Stato, scrive Franzinelli, riporta ai vertici di prefetture e polizia personaggi di schietta fede fascista.
Poi si permette la ricostituzione di un partito fascista come il “Movimento sociale italiano” che, tra manganello e doppiopetto, si ritaglia un ruolo perfino nell’elezione di presidenti della Repubblica, da Antonio Segni a Giovanni Leone.
E ancora, tra la fine degli anni Sessanta e il successivo decennio, nelle tragiche fasi della strategia della tensione, pezzi di Stato tramano con i neofascisti responsabili delle stragi più sanguinose.
Fino ad arrivare alle cronache dei giorni nostri, dove eredi o postfascisti, sono al governo del Paese e ricoprono le più alte cariche dello Stato.
Il fascismo non muore con la morte di Mussolini. Non finisce con il 25 Aprile.
Altri Paesi europei, la Germania su tutti, scelsero di fare i conti sul serio con la propria storia. L’ Italia invece decise per il colpo di spugna. Le conseguenze di quella scelta scellerata le paghiamo ancora oggi, a caro prezzo.