SANTA SOFIA, SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE DELLA POLITICA TURCA.

DI EMANUELA LOCCI

In queste ultime settimane la Turchia ha ancora fatto parlare di sé. Il motivo è la trasformazione di Santa Sofia, da museo, a moschea. La notizia è rimbalzata su tutti i media mondiale destando spesso indignazione e reazioni o dichiarazioni che spesso hanno lasciato il tempo che trovano e questo sia a livello politico sia negli ambienti intellettuali.

Quello che molti non colgono è il fatto che la trasformazione del museo in moschea altro non è che fumo negli occhi. Partiamo dalla notizia: il museo di Santa Sofia viene ridestinato ad essere moschea. Forse non tutti sanno che una parte del museo era già moschea da circa trenta anni, con un suo Imam, che tra l’altro non è stato invitato alla grande inaugurazione del 24, forse per non togliere solennità ad un avvenimento che in fondo non era poi una novità assoluta. Inoltre non troppi sanno che la moschea sarà tale solo il venerdì, per tutto il resto della settimana sarà visitabile come museo e non si dovrà neppure più pagare il biglietto che era tra i più costosi della nazione.

Ma allora perché Erdogan ha voluto questo cambiamento di destinazione d’uso? Si tratta di una mera operazione elettorale. In questi ultimi tempi i sondaggi danno il partito al potere, l’Akp, perdente su tutta la linea, a vantaggio dei due nuovi partiti nati dalle sue scissioni interne, guidati da due ex fedelissimi del presidente: Ali Babacan e Ahmet Davutoğlu.

Per cercare di ovviare a questa situazione il presidente ha dovuto cedere alle insistenze degli ambienti ultra islamici e riaprire la moschea, in modo da guadagnare i voti di questa parte della popolazione, che potrebbero rivelarsi determinanti in occasione delle prossime elezioni. Appuntamento elettorale che impensierisce la leadership che guida da circa venti anni la Turchia. I problemi si sovrappongono numerosi: caduta libera del valore della lira e alto tasso di disoccupazione e inflazione in primis.

È notizia di oggi che la banca centrale, vista la caduta inarrestabile della moneta nazionale, metterà in campo tutte le azioni possibili per ristabilire un equilibrio. In questo momento il governo sembra impossibilitato nel trovare soluzioni adeguate e durature per ripristinare la situazione economica del paese. Con le sue azioni populiste e ridondanti Erdogan cerca di evitare il peggio: la perdita del potere, da parte sua e del suo partito.

Per raggiungere questo obiettivo Erdogan sta mettendo in campo tutta la sua influenza a livello internazionale: oggi la Turchia è presente non solo nello scacchiere mediterraneo, dove ormai sta facendo la parte del leone a scapito di nazioni che come l’Italia mancano della necessaria sicurezza, competenza e in qualche modo aggressività per ciò che riguarda la politica estera.

Nel Mediterraneo la Turchia rivaleggia con Egitto e Grecia, che ieri hanno firmato un accordo di sfruttamento delle risorse petrolifere che ha di fatto tagliato fuori la Turchia. Quest’ultima ha dichiarato di non riconoscere questi accordi bilaterali, e di aver intenzione di continuare nelle sue esplorazioni navali per la ricerca di idrocarburi, nelle zone che ritiene di sua pertinenza. Vedremo nei prossimi giorni gli sviluppi della diatriba.

Quindi la Turchia è presente in Libia, Algeria, Centro Africa, ma anche nel Corno d’Africa, anche in questa regione l’Italia è stata “sostituita”; in Asia, con il suo sostegno delle comunità minoritarie musulmane, ergendosi a paladina del sunnismo.

In tutte queste nazioni o zone il governo di Ankara ha accresciuto enormemente la sua influenza grazie agli ingenti investimenti economici che ha sostenuto. Gli stessi investimenti che la stanno mettendo in difficoltà a livello interno.

Dal quadro appena delineato si può evincere facilmente che la notizia di Santa Sofia utilizzata come moschea non è altro che uno specchietto per le allodole, possibilmente le allodole occidentali.