Il 2001 non è un anno: è un mondo

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Roberto Bertoni dalla redazione di ARTICOLO VENTUNO –

(Nella foto Enzo Biagi)

Per mille ottimi motivi, non commento mai Bruno Vespa e le sue imprese televisive. Non posso, tuttavia, tacere di fronte ai Cinque minuti andati in onda ieri sera, subito dopo il Tg1. Non entro nel merito della vicenda: mi limito a rispondere alla sua domanda conclusiva se sia questo il modello di pluralismo dell’informazione cui si deve fare riferimento. E la risposta è: sì. Nella primavera del 2001, da Vespa analizzata per l’intera durata della trasmissione, la RAI offriva, infatti, una serie di programmi oggi impensabili. Su Raiuno, per intendersi, andava in onda, nello spazio che adesso occupa lui, Il Fatto di Enzo Biagi, il quale osava persino ospitare Roberto Benigni alla vigilia delle elezioni, ottenendo ovviamente ascolti stratosferici. Nella Raidue di Freccero, invece, trovava spazio la satira di Daniele Luttazzi, il quale si permetteva di ospitare a Satyricon Travaglio, cui veniva permesso persino di presentare il saggio “L’odore dei soldi”, scritto con Elio Veltri, nel quale si rifletteva abbondantemente su come fossero nate le fortune economiche di Berlusconi. Sulla stessa rete, inoltre, si consentiva a un putribondo figuro come Santoro, già allora convintamente pacifista, di indagare sugli stessi temi, naturalmente ospitando in studio anche persone che la pensavano in maniera opposta come Paolo Guzzanti e Vittorio Feltri. Senza dimenticare il geniale Ottavo nano dei fratelli Guzzanti, figli di Paolo ma con opinioni politiche assai diverse, ai quali veniva data la possibilità non solo di ironizzare sul futuro inquilino di Palazzo Chigi ma anche sugli innumerevoli errori commessi dai governi di centro-sinistra, fra opere e, soprattutto, omissioni, prima fra tutte la mancata legge sul conflitto d’interessi.

Insomma, in quella RAI c’era spazio: per il varietà, per la satira, per la grande fiction, per le trasmissioni d’approfondimento, per dei buoni telegiornali, non certo tutti diretti da amici dei vertici dell’epoca, anzi, e per quasi tutto ciò che ormai alberga serenamente fra La7 e il canale Nove, di proprietà di Discovery.
Al che, scusate se sono ripetitivo, mi vien voglia di ribadire un concetto che ho già ampiamente espresso in questi anni, a costo di sfidare la noia di lettrici e lettori: se non si capisce che il 2001 non è un anno ma un mondo, uno snodo cruciale per la nostra vicenda politica e democratica, oltre che per le sorti del giornalismo, si rischia di non capire nulla di ciò che sta accadendo attualmente. Come direbbe la Presidente del Consiglio, non se ne comprende “la matrice”.
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Roberto Bertoni
Dalla redazione di
17 Maggio 2024