COME TANTE FORMICHINE AFFAMATE E SCHIACCIATE

DI ENNIO REMONDINO

 

Dalla redazione di REMOCONTRO –

Israele prova a discolparsi perché l’ondata di indignazione questa volta rischia di sommergere la poca credibilità e simpatia rimasta al Paese nel mondo. Ma è il governo di Israele che ha gestito sino ad oggi i trentamila morti di Gaza a non essere più credibile. Perché far morire di fame è peggio che uccidere di bomba, e sparare su chi cerca la farina per sfamare i figli, è vigliaccheria ultima e imperdonabile.
Prepotenti di scarsa memoria e il loro braccio armato senza regole, non conoscono ciò che segnò nella Sarajevo assediata, l’allora strage del pane, nell’indignazione assoluta che isolò Karadzic e i sui killer dal grilletto facile, dal resto del mondo.

Il mondo si indigna e Israele inventa

Capi di Stato da mezzo mondo, costretti a volte anche malvolentieri a deprecare, sulla spinta della indignazione popolare in casa. Persino l’arsenale e il bankomat statunitense che la guerra alimenta. Arrivano tra i 30mila che li hanno preceduti, altri 120 palestinesi morti tra la folla, forse qualcuno calpestato mentre cercava di fuggire da chi sparava attorno.

Viste dall’alto sembrano formichine

«Viste dall’alto, sembrano formichine -la percezione di Chiara Cruciati del dramma visto dalle immagini di un drone dell’esercito israeliano-. Sembrano formichine, o stormi di uccelli. La folla di affamati non sembra fatta di persone». Poi, se si scende a terra, i volti si distinguono. «Nei video le facce sono bianche di morte e di farina, file di cadaveri su carretti trainati dagli asini e sul retro di furgoncini», la lapide quasi piangente sul Manifesto.

I pochi testimoni diretti

Alle quattro del mattino, alla luce di pochi falò accesi sulla sabbia, migliaia di civili di Gaza Nord aspettano l’arrivo dei tir carichi di sacchi di farina. Da trentasette giorni l’agenzia Unrwa ha smesso di distribuire cibo ai palestinesi nella metà nord «perché non riusciamo più ad arrivare lì». Dieci giorni fa anche il Programma alimentare mondiale ha smesso di portare cibo in quella zona. Perché ciò che resta delle Striscia di Gaza è diviso da una linea di posti di blocco militari, e chi è in un settore non può andare nell’altro. «Nella metà Nord centinaia di migliaia di persone sono tagliate fuori dai rifornimenti, a improvvisare la sopravvivenza giorno per giorno in un territorio che tra ottobre e dicembre è diventato il più bombardato al mondo», sottolinea Daniele Raineri, l’inviato di Repubblica.

I video e le contrapposte letture dei fatti

A un certo punto in un video girato prima dell’alba si sentono raffiche di mitragliatrice, la folla che si assiepava attorno ai camion sbanda. «C’è chi si tiene basso e chi invece corre via incespicando. Poche ore e arriva la luce dell’alba a mostrare l’orrore». Fares Awana, capo del servizio ambulanze dell’ospedale Kamel Adwan, racconta che il terreno era coperto di morti e feriti e che le ambulanze non sono bastate a portare via tutti. «I video che arrivano qualche ora dopo dalla zona del massacro mostrano corpi accatastati su carretti trainati da asini lungo la via al Rashid che costeggia il mare e da quel che si vede si può dire che non sono vittime di bombardamenti aerei, che è la morte più comune fra i civili di Gaza».

La versione israeliana

L’esercito israeliano invece sostiene che la maggior parte delle vittime sono morte schiacciate dalla calca e dai camion che avanzavano nel buio. Poi in un secondo momento una coda della folla si è spostata verso le posizioni dei soldati israeliani a bordo di carri armati, che a quel punto si sono sentiti minacciati, hanno aperto il fuoco, «prima hanno sparato colpi di avvertimento in aria, poi hanno puntato alle gambe e hanno colpito dieci persone».

Testimonianze che smentiscono

Shukri Filfil, un diciassettenne di Gaza, racconta su Instagram: «Un massacro, ero nel mezzo di un massacro. Morti a destra, a sinistra e ovunque. Il carro armato si muoveva e sparava sulle persone». Il dottor Jadallah al Shafi, che ha ricevuto le vittime all’ospedale al Shifa, dice di non avere visto casi di soffocamento, o ferite come se le vittime fossero morte schiacciate nella ressa. Dice invece che le ferite erano da schegge e da proiettili. Non solo spari ma anche granate? Kamel Abu Nahel racconta a Reuters, mentre è steso per terra all’ospedale al Shifa con una ferita da arma da fuoco: «Sono due mesi che mangiamo mangime per animali. Le truppe israeliane hanno aperto il fuoco sulla folla e l’hanno dispersa, alcuni si sono nascosti sotto le auto. Quando gli spari sono finiti siamo tornati verso i camion ma i soldati hanno sparato di nuovo, sono stato colpito a una gamba, sono finito a terra e un camion in fuga mi è passato sopra la gamba».

I conti dell’orrore e le poche verità sfuggite

Ieri il bilancio della guerra ha superato i trentamila morti. 30mila uccisi significa un gazawi su 75. Con 10mila dispersi e 70mila feriti, significa che un palestinese di Gaza su 20 è morto, ferito o disperso. Poi ci sono i vivi, ma la fame usata come arma non lascia scampo neppure a loro. E il segretario alla Difesa americano, Lloyd Austin, in un’audizione pubblica ha detto che il numero di donne e bambini uccisi a Gaza è venticinquemila, un numero superiore a quello dato da Hamas. Il Pentagono ha poi diffuso una nota per smentire la dichiarazione del suo ministro. Ancora Chiara Cruciati. «Gaza è una tomba, lo è anche dell’incapacità di dare un nome alle cose. Certe parole fanno paura all’Europa che non si interroga sul loro senso e la loro pratica. Razzismo, colonialismo, suprematismo: a Gaza ci sono tutte. Anche genocidio».

Custodia Terra Santa: «Qui si muore di fame due volte»

«A Gaza si muore di fame due volte perché gli aiuti umanitari non arrivano, vengono negati e si muore facendo la fila per un pezzo di pane». Padre Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa, non usa mezzi termini, mentre sottolinea le contraddizioni della versione israeliana dei fatti. Due diverse versioni. Prima ricostruzione, l’esercito che conferma di aver sparato sulla folla poiché ritenuta ‘una minaccia’, e ora a sostenere di aver sparato qualche colpo in aria, o al massimo alle gambe. Salvo i morti e le centinaia di feriti per colpi di arma da fuoco. Il vicario della Custodia ricorda che a Gaza «manca tutto, cibo, acqua, elettricità e medicine per gli ospedali, rifugi sicuri. Nessuna cura a nessun tipo di malattia, anche le patologie più semplici. Muoiono neonati nelle incubatrici, muore chi ha bisogno di cure sistematiche, muore soffrendo chi potrebbe avere sollievo almeno negli ultimi giorni di vita».

«A Gaza si muore facendo la fila per un pezzo di pane». «Mi chiedo – conclude padre Ibrahim – come non si riesca a fermare questo continuo e incessante massacro. Mi chiedo come un essere umano possa infierire su altri esseri umani inermi, resi fragili dalla fame, su bambini stanchi e impauriti da cinque mesi di guerra».

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Articolo di Ennio Remondino, dalla redazione di

2 Marzo 2024