MERCATO GLOBALE DI GUERRE SENZA FRONTIERE

DI ENNIO REMONDINO

 

 

Il capitolo da un vecchio libro sulle guerre e sulle bugie di guerra nella storia (Da Omero a Putin dovrebbe cambiare il titolo che partiva col dire ‘Niente di vero sul fronte Occidentale…) che recupera attualità nel moltiplicarsi dei conflitti nell’oggi. Con spunti di sorprendente attualità, dieci anni dopo essere stato scritto, a stupire lo stesso autore che ora le guerre di attualità le segue dal racconto altrui. 

La strategia dell’inganno che insegue la democrazia

Nel 1989 cade il muro di Berlino e, due anni dopo, l’Unione Sovietica è costretta a dichiarare fallimento. L’internazionalismo sovietico, nel suo poco di socialista e nel suo troppo di autoritario, semplicemente evapora, e gli subentra una Russia nazionalista, affamata, pronta a cavalcare il modello capitalistico più avventuroso. L’apparato repressivo della propaganda sovietica muore e si attrezza la più elaborata strategia dell’inganno che insegue la democrazia. Tra riciclaggio di capitali e di classe politica specularmente loschi, la Russia si scopre ricca, attraverso gas e petrolio siberiani e caucasici. Persino la Cina, che resta la sola potenza mondiale a dirsi ancora comunista, copia a sua convenienza gli schemi dell’avversario occidentale e importa l’aggressivo modello del mercato capitalistico, competitività e bassi costi. Mentre all’interno mantiene il rigido autoritarismo su diritti e rivendicazioni dei suoi cittadini e lavoratori. Sempre nel sud del mondo cresce e diventa gigante economico l’ex povera India della caste. L’industrializzazione forzata trasforma i paria, gli esclusi, in sottoproletariato e fa del paese un’altra inquietante potenza atomica.

Subito l’espansionismo Nato

Gli Stati Uniti e il mondo occidentale, dopo aver spolpato gli Stati europei satelliti dell’impero sovietico in nome della Nato, scoprono che la partita per l’egemonia planetaria è tutt’altro che conclusa. Tutti dichiarano la stessa fede verso la liberalizzazione dei commerci, premessa – raccontano – per garantire a tutti le libertà personali con la soddisfazione del bisogno. Libero mercato a produrre democrazia e sviluppo. Detta così suona molto bene. Tradotta in gergo, è l’alibi perfetto per democrazie apparenti e sistemi politico-economici oligarchici. Con la benedizione della trinità di libera impresa, libero mercato, e più o meno libere elezioni.

Globalizzazione del mercato

Siamo alla globalizzazione: l’idea è quella di un unico, enorme mercato mondiale, osannato con voce unanime dalla televisione cosmica, che segue da vicino la progressiva eliminazione di tutte le barriere economiche fra gli Stati. E intanto nell’unica piazza planetaria i capitali finanziari – i soldi – e i potentati industriali e commerciali – le strutture e le merci- vanno dove gli pare. Il soldo, l’industria e il commercio globalizzati, dalla teoria alla pratica, vanno semplicemente dove conviene a loro. I lavoratori vanno dove li spinge l’indigenza. Salvo leggi particolarmente severe di alcuni Stati contro i migranti clandestini. A dichiarare reato la povertà e la fame.

La moneta virtuale e la fame vera

Nasce contemporaneamente la moneta virtuale, quella che esiste soltanto nei bit di un computer. Può accadere, è accaduto, che quel castello di carta si afflosci sulla sua inconsistenza. E dalla ricchezza millantata da banche d’avventura, finanzieri bari e organi statali di controllo complici o distratti, accade che il mondo precipiti nella crisi. Crisi provocata da pochi che diventa di tutti attraverso i salvataggi di Stato, per evitare la bancarotta del pianeta. Privatizzare i guadagni, globalizzare le perdite, parti diseguali, come sempre. E dalla ricchezza promessa a tutti e riservata a pochi, siamo finalmente all’equa distribuzione, ma soltanto dei debiti. Mentre l’informazione oscilla fra denunce allarmistiche e fuorvianti rassicurazioni.

Globalizzazione delle guerre

Intanto il mercato globalizza anche le guerre. Quelle che prima nascono dalla competizione fra gli interessi sovietici e quelli americani e loro dintorni, ora si spezzettano in contrasti tra ex sudditi inquieti rimasti senza padrone. Più di 180 nuovi conflitti nel mondo dalla fine della guerra mondiale, calcola l’ONU. Il contabile ci dice che la media è stata di 2 nuove guerre e mezza ogni anno. Considerando che le guerre hanno, fra gli altri vizi, anche quello di non avere data di scadenza e di poter durare a lungo, la media è di una trentina di guerre sempre in corso. Più o meno quante se ne stanno combattendo oggi. Voi ne sapete niente? Io, che per mestiere faccio (facevo) telegiornali e leggo con attenzione i quotidiani, no.

Guerre assortite per ogni gusto

Nel percorso tra Guerra fredda e globalizzazione anche i modelli di guerra combattuta si aggiornano. Esiste uno studio delle Nazioni Unite che cataloga 20 diverse variazioni sullo stesso tema. Guerra tra Stati. Guerra di conquista. Guerra di frontiera. Guerra civile. Guerra civile con intervento esterno. Guerra civile etnica. Guerra di indipendenza. Guerra di secessione. Guerra di sterminio. Guerra del pallone. Rivolta antigovernativa. Rivolta antigovernativa etnica. Rivolta antigovernativa religiosa. Insurrezione militare. Colpo di Stato. Rivoluzione. Annessione. Invasione. Sterminio di classe. Esecuzioni di massa. So che avete notato la guerra del pallone, nel 1969 fra Honduras ed El Salvador quando, dopo una partita fra le nazionali dei due Stati centroamericani, gli scontri in campo (di calcio) coinvolgono l’orgoglio nazionale e gli eserciti, provocando circa 5 mila morti. Assurdità, direte voi.

200 guerre assortite dopo quella mondiale

Eppure, nel tempo della Carta universale dei diritti umani, delle Nazioni Unite, della Costituzione italiana che «rifugge la guerra», e di tanti altri analoghi impegni solenni dell’universo mondo, le quasi 200 guerre medie e piccole che sono seguite a quella mondiale hanno prodotto 22 milioni e mezzo di morti. Messi in fila uno dietro all’altro, quei morti sono più o meno la metà di quanto è riuscito a produrre il grande macello della Seconda guerra mondiale, e senza neppure un Hitler a fare la prima mossa.

L’inganno delle “guerre umanitarie”

L’ultima e più recente novità in fatto di guerre riguarda la categoria di quelle definite umanitarie, su cui il giornalismo vive la doppia trappola della condivisione politica o dell’inganno subìto. Mercato nuovo con grandi prospettive di sviluppo. Autentica svolta nell’ordine mondiale. Valeva prima il vincolo perentorio della non interferenza nelle questioni interne di uno Stato sovrano, sancito la prima volta dalla pace di Westfalia del 1648 e alibi per infinite sporche dittature nel mondo. A onor del vero, il vincolo è stato anche la sola regola internazionale contro la moltiplicazione dei conflitti, riconosciuta persino delle Nazioni Unite. Ma spezzando i vincoli e rinnovando presunti ideali, la guerra umanitaria, inventata negli anni ’90 del secolo scorso, si legittima sulla base dell’autoproclamato diritto all’ ingerenza. Conquista di democrazia recente, che antepone la tutela dei diritti dell’uomo a quella dei diritti dello Stato.

Arbitro senza fischietto e cartellino rosso

Splendido, se mai l’intera comunità internazionale, i 192 Stati delle Nazioni Unite, avesse nominato un arbitro condiviso. Le ragioni umanitarie di chi sono e a favore di quale Stato? Pesano di più le sofferenze della popolazione o la potenza politico-militare di chi l’opprime? Perché il Kosovo sì e la Cecenia no? Perché no il Tibet o qualsiasi altro territorio straziato e oppresso da qualche Potenza, in genere dotata di ordigni atomici? E le 72 risoluzioni ONU di condanna a Israele sulla questione palestinese trattate come cartastraccia? In assenza di risposte e a volte nell’oscuramento mediatico delle stesse domande, la realtà attuale è mortificante. Prima si fanno le guerre e poi se ne discute, e l’ONU con qualche risoluzione pasticciata cerca di metterci una pezza. Giustificazioni per assenza di legalità. Risultato, nessuna regola.

Il brevetto jugoslavo

La guerra umanitaria che ha il brevetto sul nome è quella dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia di Milosevic. Da Belgrado, sotto le bombe, non ne ho perso un fotogramma. È il 1999 e da Roma, Washington e Bruxelles ci dicono che è per difendere la minoranza albanese della provincia serba del Kosovo. Balla sovranazionale, con la Serbia che alla fine perde un pezzo del proprio territorio e l’Europa che ci guadagna solo un nuovo staterello attaccabrighe. E dopo l’avventura che il mondo continua a pagare cash con elefantiache e sterili missioni internazionali, quella motivazione alla guerra perde fascino e credibilità. Qualche ulteriore tentativo di legittimare altre azioni militari internazionali come ingerenza umanitaria, vedi l’ultimo Iraq, è bocciato sul nascere dagli addetti al marketing dell’idealpolitik. Troppo evidente pubblicità ingannevole.

Guerre dei troppo buoni e dei relativi cattivi

Le guerre umanitarie hanno caratteristiche tecniche che le distinguono da tutte quelle del passato. Si sa da subito chi vincerà. Squilibrio di forze poderoso, altrimenti neppure ci si proverebbe. Sono veloci nella fase militare e sono eterne nella ricostruzione della pace, del cessate il fuoco che viene gabellato come pace. Quelle guerre impongono l’uso di ordigni sempre intelligenti, che ammazzano i civili nel tentativo di risparmiare i soldati. “Opzione zero” viene chiamata. Tradotto: zero morti per chi decide il conflitto e  zero umanità nei confronti di chi lo subisce. Per perfezionare il meccanismo delle guerre umanitarie resta un problema da risolvere: individuare e catalogare i pochi buoni da soccorrere e i molti cattivi da punire. Prima o poi scoppierà una guerra anche per questo.

Cronache con toni composti

Anche a raccontarle, quelle umanitarie sono guerre difficili. Soprattutto se ti trovi nel posto giusto al momento sbagliato. Se gli ordigni che ti piovono addosso partono da casa tua mentre sei a casa del cattivo del momento. E penso a Belgrado, a Milosevic e alla bombe NATO che partono da Aviano con targa tricolore. Capita che alcune di quelle bombe sbaglino bersaglio, e il racconto delle conseguenze crea imbarazzo politico, e scarsa simpatia al narratore. La guerra è materia giornalistica da maneggiare con prudenza, sempre. E quella umanitaria, che millanta di ammazzare soltanto un po’ e per necessità – e quasi chiede scusa – pretenderebbe una cronaca in toni composti da funerale di stato.

Guerre a vendere

Esiste infine anche la guerra da vendere, da mettere sotto i riflettori a tutti i costi, e l’ultimo Iraq ne è l’emblema. Guerra da offrire in pasto all’opinione pubblica attraverso insistita e acconcia esposizione dell’attacco meritorio. Il conflitto armato, se abbastanza televisivo, fa ascolto, e il macello si trasforma in ore di televisione a basso costo, da spalmare su tutto il palinsesto. In un pindarico contraddittorio che insegue le emozioni e perde per strada la notizia, o almeno l’obbligo di verificarla. È la guerra dei forse, dei sembra, dei si dice, quella prediletta dagli Stati maggiori. E se la guerra è troppo tecnologica e non si vede tanto meglio, purché si trasferisca il set del telegiornale a bordo trincea e si giochi sull’emozione dei cronisti, che diventano eroici combattenti per la vittoria negli ascolti.

Quando la guerra in Ucraina stava ancora maturando

Il pantano che ne segue, in Iraq come in Afghanistan, è altra cosa: fatto di attentati quotidiani, di morti per autobomba e kamikaze, di ostilità popolare diffusa, che isola e logora anche i più potenti eserciti in cosiddetta missione di pace. Sprofondare in quel fango non conviene, per molte buone ragioni. Perché sorgono dubbi sulle motivazioni reali del conflitto. Perché la notizia per la tv è ripetitiva e anzi, come tale, non notizia. In più, brutale verità per il cronista, la guerra celebrata ti garantisce il titolo da vivo, quella dimenticata o da rimuovere, ti sbatte in prima pagina solo da morto.

 

Articolo di Ennio Remondino, dalla redazione di

18 Giugno 2023