UNA STORIA DI AMICIZIA TRA UN UOMO E UNA DONNA

DI MARCO PROIETTI MANCINI

Oggi vi parlerò di una persona che conoscevo soltanto qui, in questo luogo non luogo, dove siamo soltanto segni neri su uno schermo bianco e già ad usare la parola “conoscersi” mi sembra di azzardare.
Una persona con la quale c’era stato soltanto un contatto telefonico, una sola volta, perché in quei segni neri avevo letto del nero anche negli spazi tra le parole, le lettere e le righe. Le avevo chiesto “vuoi parlare?” e ci parlammo e mi ricordo che pianse, durante quella telefonata. Ma chi dice che piangere fa sempre male, vuol dire che non è mai riuscito a liberarsi dal dolore con le lacrime.
Rimanemmo d’accordo che se ci fosse stata la possibilità ci saremmo visti, incontrati. Per dare occhi agli occhi e per far diventare voce e suono quei segni neri su uno schermo bianco.
Da quella telefonata, da quelle lacrime, passarono due anni o poco meno; senza sentirci mai e scrivendoci pochissimo, perché l’amicizia non è quantità, ma qualità dell’esserci. Poi seppi che sarei dovuto andare qualche giorno nella sua città e glielo dissi. “Io devo venire, se vuoi ancora, ci possiamo incontrare.

Mi disse “sì” e il primo giorno, ovvero la prima mattina in cui ero nella sua città venne sotto l’appartamento che avevo preso in affitto per quelle due notti. Scesi. Facemmo colazione insieme e parlammo.

Semplicemente e solamente normalmente parlammo. Quanto tempo? Non lo so. Forse un’ora. Forse meno. Chissà. Chi guarda l’orologio, quando sta bene? Perché stavamo bene e ci parlavamo delle nostre vite come se ci conoscessimo da sempre, come se dovessimo recuperare in quei minuti tutto il tempo di non conoscenza. Mi accompagnò in macchina dove dovevo andare e ci salutammo, senza nessuna promessa, senza nessun impegno, soltanto sapendo che – se mai fosse stato possibile – ci saremmo rivisti e avremmo parlato. Ancora. Raccontandoci vita.

Invece lei, dopo avermi lasciato, entrò nel posto dove stavo e venne ancora a trovarmi. Era un posto pieno di gente, affollatissimo. Un posto dove ci si scambiava parole di circostanza e di educazione, dove ci si scattava foto insieme. Dove lei, per forza di cose, era soltanto una “visitatrice” come un’altra.
Parlammo di cose educate e di circostanza. Ci scattammo una foto.

Però sorridevamo del sorriso di chi sa. Perché l’amicizia è un segreto che obbedisce a regole segrete. Che dona senza bisogno di mostrare o ostentare. Che non deve essere violata, esibita.

Da qual giorno – ed è passato più di un anno – con questa persona non ci siamo più sentiti, più scritti. Non ne abbiamo bisogno. Leggiamo qui sopra i nostri segni neri su uno schermo bianco e ci riconosciamo e sentiamo e capiamo così.

Ecco. Quando vi dicono che l’amicizia tra un uomo e una donna non può esistere, voi non state a sprecare tempo a spiegare che non è vero. Se vi va, se l’avete letta, ricordatevi questa storia. Una storia segreta, di un’amicizia che non ha bisogno di nessuna quantità. Perché ha questa qualità.

Buongiorno, amica mia.