DI PIERO ORTECA
Da REMOCONTRO –
Dopo che Biden e l’Europa, con le loro scelte strategiche, hanno praticamente saldato la Cina con la Russia, ora ci pensa Trump a completare l’opera, gettando pure l’India tra le braccia di Putin e riavvicinandola persino a Pechino. Quasi inverosimile per gli analisti di geopolitica, vista l’antica rivalità tra i due colossi asiatici.
Gli inciampi del protezionismo
Eppure, la crociata neoprotezionistica della Casa Bianca, accompagnata dalla raffica indiscriminata di pesanti dazi doganali, sta sconvolgendo equilibri che si credevano consolidati nelle relazioni internazionali di tutto il pianeta. Ieri, sono entrate in vigore le nuove ‘supertariffe’ americane, che saranno applicate alle importazioni che arrivano dall’India. Parliamo di una botta senza precedenti: il 50% di sovrapprezzo, su molti beni di primaria importanza per l’economia di Nuova Delhi. Oltre a un 25% di ‘reciprocità’ già stabilito a partire dal 1° agosto, adesso Trump, col suo ordine esecutivo, ha caricato un ulteriore 25%, imposto per l’acquisto di petrolio che l’India fa dalla Russia. Noi l’abbiamo definita la ‘tassa-Putin’ perché, nelle intenzioni degli Usa, si vuole punire l’aiuto finanziario (indiretto) che il grande Paese asiatico dà così a Putin per proseguire la sua guerra contro l’Ucraina.
The Indian Express
Secondo The Indian Express, «il ruolo della Russia nella sicurezza energetica dell’India è diventato controverso. L’Amministrazione Biden un tempo considerava l’acquisto di petrolio russo a prezzo scontato da parte dell’India un fattore stabilizzante. La Casa Bianca di Trump, invece, lo considera una leva per costringere Delhi a interrompere i legami energetici con Mosca. Ciò che sembrava una manna nel 2022, ha ora trasformato l’India in un danno collaterale nello scontro tra Russia e Occidente». Naturalmente, le reazioni del governo indiano sono state molto decise nella forma, ma furibonde nella sostanza, tanto da far dare una significativa sterzata agli orientamenti di politica estera. L’India fa parte del blocco dei Brics, che raccoglie l’eredità dei ‘non allineati’ nel confrontarsi (e contrastare) il ‘pensiero unico occidentale’.
Nuova Delhi e Pechino
«La crisi dei rapporti tra India e Stati Uniti – scrive il Wall Street Journal – sta ulteriormente disgelando i rapporti tra Nuova Delhi e Pechino, che erano in una fase di profondo congelamento dopo lo scontro di confine tra i due Paesi nel 2020. Il premier, Narendra Modi, si recherà in Cina questo fine settimana per un vertice, la sua prima visita nel Paese dopo anni». Prima però andrà a Tokyo, per una visita bilaterale, e poi si recherà a Tianjin per il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), dove, a questo punto, sicuramente finirà per incontrare anche Putin. Sarà un’occasione irripetibile, per tentare di normalizzare i rapporti con Pechino e addirittura per confrontarsi, in una sorta di supervertice informale, con il leader del Cremlino e con lo stesso Xi Jinping. Certo, i vecchi problemi tra Cina e India restano sullo sfondo storico di un dialogo mai veramente decollato.
Peggio India-Cina o India-Washington?
«Il fatto che questa visita avvenga in un contesto di inaspettate tensioni nei rapporti tra India e Stati Uniti, ha accresciuto l’attenzione globale sulla diplomazia di Modi a Tokyo e Tianjin – sostiene The Indian Express – tuttavia è fuorviante confondere le attuali difficoltà dell’India con Washington con i potenziali esiti di Tianjin. I problemi dell’India con la Cina rimangono profondi, il suo disagio nei confronti della SCO persiste e la sua partnership con la Russia presenta limiti significativi». Non c’è dubbio. Resta però un’evidenza, come chiarisce lo stesso giornale, e cioè «il fatto che l’India sia ora costretta a chiedere alla Cina un allentamento di specifici embarghi commerciali, non fa che sottolineare l’acuirsi della dipendenza economica nel breve termine». «Le industrie manifatturiere indiane rimangono pericolosamente vulnerabili alla Cina.
Problemi commerciali
I divieti imposti da Pechino sui magneti in terre rare – cruciali per il settore automobilistico indiano – così come il suo rifiuto di vendere attrezzature per la perforazione di tunnel per i progetti himalayani, e il ritiro degli ingegneri cinesi dalla produzione di iPhone di Apple in India – afferma ancora The Express – hanno messo in luce le vulnerabilità create da tre decenni di negligenza nella politica industriale». Insomma, mai forse come in questo momento, il colosso del subcontinente asiatico ha più che mai bisogno del mercato cinese. Bisogna dire, però, che rispetto ad altri attori, il ruolo dell’India nell’ambito dei ‘Brics’ è stato sempre quello di continuare ad avere strette relazioni, anche militari, con l’Occidente. La sua contrapposizione con gli Stati Uniti è sostanzialmente commerciale, ma dal punto di vista politico i rapporti sono stati buoni almeno fino a un paio di mesi fa.
Lo “sgarro diplomatico”
Il Wall Street Journal ha scritto che, all’origine dell’impuntatura di Trump contro Delhi, ci sarebbe anche una forte irritazione per una sorta di ‘sgarro’ diplomatico. Narendra Modi non avrebbe riconosciuto il suo ruolo di ‘pacificatore’, nel recente cessate il fuoco col Pakistan, per gli scontri che si sono verificati in Kashmir. Al contrario, il governo di Islamabad ha addirittura proposto il Presidente americano per il Premio Nobel. In ogni caso l’India deve ora fare i conti con una difficile congiuntura economica, perché l’impatto dei ‘superdazi’ di Trump potrebbe essere particolarmente pesante per i comparti più colpiti. Tra di loro ci sono i produttori di abbigliamento, i produttori di mobili, gli allevatori di gamberetti e i commercianti di diamanti. Si calcola che i nuovi dazi si applicheranno a circa due terzi dei circa 90 miliardi di dollari di beni esportati dall’India negli Stati Uniti. I restanti 30 miliardi di dollari di prodotti godono di varie esenzioni, almeno per ora. Tra questi ci sono soprattutto (molto importanti) i prodotti farmaceutici e quelli elettronici, come gli iPhone e i personal computer. I dazi rappresentano un duro colpo per i maggiori esportatori indiani.
Dazi Usa sul fronte manodopera
Un’analisi di Ajay Srivastava, della Global Trade Research Initiative, afferma che sebbene gli Stati Uniti rappresentino circa il 20% delle esportazioni di beni dell’India, i dazi statunitensi si faranno sentire nei settori a più alta intensità di manodopera, mettendo a repentaglio l’occupazione di centinaia di migliaia di persone. «Lì sarà quasi un massacro – ha detto l’analista – perderemo gran parte del nostro mercato a favore dei concorrenti». Ma come intende reagire Narendra Modi, a questa vera e propria emergenza nazionale, scatenata dalle frenesie mercantilistiche di Trump? Dal punto di vista economico, con una specie di ‘mossa del cavallo’, che sembra più azzardosa che audace: rilanciando la domanda interna grazie a una drastica sforbiciata fiscale. I cinesi guardano con attenzione a quello che combina il premier indiano, per molti motivi. È il South China Morning Post a spiegare analiticamente i contenuti della sua manovra.
Meno tasse e qualche arma Usa in più?
“«L’India taglia le tasse per attenuare lo shock tariffario degli Stati Uniti», titola il giornale di Hong Kong. E prosegue dicendo che «la revisione ridurrà l’aliquota massima dal 28 al 18 per cento, rendendo auto, unità di aria condizionata e frigoriferi più economici nel tentativo di aumentare i consumi». Bene, ma noi, conoscendo uomini e cose, molto più prosaicamente pensiamo che potrebbe anche finire in un altro modo. Sentite come conclude il suo report il Wall Street Journal: «L’India afferma che i negoziati commerciali con gli Stati Uniti stanno proseguendo. A seguito dei colloqui tra funzionari esteri e della difesa di entrambi i Paesi questa settimana, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato martedì di essere impaziente di intensificare la cooperazione in materia di difesa con l’India e di approfondire le relazioni».”
“Tradotto: compratevi una vagonata di radar, missili e armi americane assortite e noi cancelleremo la ‘tassa-Putin’ (25%). Si accettano scommesse.”
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Piero Orteca, dalla redazione di
28 Agosto 2025