UN PLEBISCITO PER PUTIN

DI ANTONELLO TOMANELLI

ANTONELLO TOMANELLI

Nel clima più teso degli ultimi 50 anni, arriva la netta vittoria di Vladimir Putin alle presidenziali in Russia. Con un’affluenza che ha sfiorato il 75%, lo ha votato l’87,4%. Un trionfo.

Non è certo una sorpresa per Putin, abituato com’è ai larghi successi. Quello diciamo più striminzito, arrivò insieme alla sua prima elezione, nel marzo 2000, quando si presentò già come presidente ad interim, nominato qualche mese prima dallo stesso Eltzin, il cui alcolismo ormai gli stava offuscando la mente, impedendogli persino di impartire gli ordini più semplici. Allora Putin si impose con un 53,2%.

Poi, uno strepitoso successo dietro l’altro. Nel 2004 diventa presidente con il 71,2% dei voti. Nel 2012 prende il 63,6%. Dilaga nel 2018 con il 76,7%. Fino al trionfo di ieri.

Nulla da fare per i suoi oppositori. Nessuno dei tre sfidanti è riuscito a raggiungere il 5%. In Russia la leadership di Putin continua a non essere messa in discussione. Mentre l’iniziativa della vedova di Navalny, ormai imbeccata in continuazione dalle strutture occidentali, che invitava il popolo russo ad intasare i seggi a mezzogiorno, è naufragata miseramente. In tutta la Russia si sono registrati 70 arresti per turbamento delle operazioni elettorali. Ben pochi, se si considera che in Russia la polizia non va tanto per il sottile quando si tratta di mantenere l’ordine, e che alle urne si sono recati in 112 milioni.

Con questa vittoria Putin si appresta a diventare in patria il capo di Stato più longevo, superando Stalin.

Come era prevedibile, la vittoria di Putin non è stata ben accolta da molte cancellerie occidentali, a incominciare da USA, Gran Bretagna, Germania, Polonia e paesi baltici, che parlano di elezioni «non libere e irregolari», senza però spiegarne il motivo.

Alle dichiarazioni anti-Putin non poteva non accodarsi Zelensky: «non c’è alcuna legittimità nella imitazione delle elezioni russe», ha detto.

Proprio lui, che le elezioni presidenziali le ha addirittura annullate. Avrebbero dovuto tenersi il prossimo 31 marzo. Ma la proclamazione della legge marziale da parte della Rada, il parlamento ucraino, ha impedito a Zelensky di essere scalzato a furor di popolo: le previsioni più rosee lo collocano intorno al 21%.

Meno della metà dei consensi intercettabili dal generale Valery Zaluzhny, quello che ha rimproverato a Zelensky di aver fatto massacrare il meglio delle divisioni ucraine nel tentativo impossibile di tenersi Bakhmut. E che Zelensky ha pensato bene di togliersi dai piedi nominandolo ambasciatore a Londra.

Mentre Putin certifica la propria posizione di leader pressoché indiscusso, Zelensky si ritrova a dover lottare contro una parte sempre più consistente di ucraini, ormai stanchi di vedere i propri familiari braccati dai famigerati TCC, i Centri di Reclutamento Territoriale, i cui reclutatori si spingono fin sulle piste da sci della Transcarpazia per trascinare al fronte i renitenti, almeno quelli che non hanno in tasca un paio di migliaia di Euro per risolvere subito la questione; o vederli annegati nelle acque del Tibisco, il fiume che li separa dal confine con la Romania, nel disperato tentativo di espatriare sapendo che sono ben pochi gli Stati che concedono l’estradizione per una inascoltata chiamata alle armi.