QUANDO GLI AVVOLTOI SI TRAVESTONO DA AQUILE

DI ALBERTO EVANGELISTI

La figura di Raegan è certamente da considerare di spicco nel mondo repubblicano statunitense: il Presidente della caduta del muro di Berlino in politica estera, ma soprattutto il Presidente del “Reaganomics”, ovvero un mix di tagli alle tasse dei ceti più ricchi e taglio dei tassi d’interesse a stimolo dell’offerta sul piano dell’economia interna. Insomma, di certo in alcun modo vicino alla sinistra progressista; non c’è quindi il dubbio di tirare in ballo un personaggio che oggi potrebbe in alcun modo essere accostato ai così detti “buonisti” o radical chic ed anzi un personaggio che viene incluso nel panteon dei conservatori assieme alla sua contemporanea Margaret Thatcher.

Eppure, il 3 Maggio1982 il presidente Reagan apprende dal Washington Post una notizia che lo colpisce profondamente: una famiglia afroamericana del Maryland, un distretto della capitale, aveva appena vinto una causa civile contro un esponente del Klu Klux Klan, William Aitcheson, che, 5 anni prima, aveva bruciato una croce nel proprio giardino di casa.

La decisione del presidente repubblicano è quella di incontrare i Butler, la famiglia vittima della bieca intimidazione raziale. Una decisione immediata e sentita come prioritaria da Raegan, tanto che Lui e Nancy  si recano il giorno stesso a Belstville, nel Maryland, per incontrarli.  Ad attenderli fuori dalla loro casa, sorpresi e avvisati necessariamente della visita con uno scarsissimo preavviso,  ci sono Philip e Barbara Butler, la figlia di quattro anni, Natasha e la madre di Barbara, Dorothea Tolson. Agli Butlers, Reagan decide di presentarsi con un barattolo delle sue caramelle preferite, le gelatine gourmet, Jelly Belly.

Il Presidente viene accolto, insieme a Nancy, calorosamente nella abitazione della famiglia afroamericana, conversa privatamente con loro, in fine esce con una dichiarazione pubblica: “queste cose, frutto di una minoranza accecata dall’odio, non dovrebbero mai succedere in America“.

Più tardi, in conferenza stampa, la Butler, dirà che il presidente gli era sembrato sinceramente costernato per l’accaduto e che la sensazione lasciata da quella visita è che a farla fosse atto più l’uomo che il Presidente.

Questo aneddoto, fino a pochi anni fa del tutto scontato, così come la frase del POTUS, merita invece di essere ricordato per quanto stride con gli eventi di questi giorni in cui, in piena campagna elettorale e sperando di aggraziarsi i voti di una destra xenofoba e razzista, nel primo confronto TV fra candidati Trump si rivolge a quelle masse, in passato considerate irricevibili anche dai presidenti repubblicani,  con un ammiccate “stay ready“.

E’ importante quindi riportare il discorso sul piano che merita: ci sono questioni, molte, in cui la politica si divide legittimamente. Destra e sinistra, Repubblicani o Democratici, hanno e devono giustamente offrire visioni differenti del mondo, dell’economia, della politica estera. Liberismo spinto o economia di Stato? Sanità e Scuola pubbliche o private? Ciascuno da la propria ricetta per il futuro e l’elettorato scelga ciò che vuole.

C’è però un confine che non andrebbe superato: quello per il quale le “minoranze accecate dall’odio” non vengono definite come tali, ma anzi ci si divide per accarezzarne gli animi, solleticarne l’orgoglio e per sfruttarne l’esistenza a scopi elettorali.

Bisogna essere consapevoli che quel limite esiste per evidenziare un fatto essenziale della legittimazione politica, ossia che il punto non è la parte politica che si rappresenta, il problema è l’incitamento scellerato, spesso implicito ma cristallino, dell’innalzamento del livello della violenza per tornaconto politico.

Il problema è che troppo spesso di fronte ci troviamo avvoltoi travestiti da aquile.