DI ALFREDO FACCHINI

Minab, Tel Aviv, Kiev. E se fosse accaduto a Tel Aviv?


Una scuola elementare colpita. Centosessantacinque bambine morte. Novantasei ferite.
Se fosse successo a Tel Aviv, i titoli non avrebbero esitato: “Attacco barbaro contro l’infanzia”. “Il volto del terrorismo”.
Le prime pagine sarebbero state nere di lutto. I talk show ininterrotti. I nomi delle bambine pronunciati uno per uno, con la voce rotta.
I leader occidentali davanti alle telecamere: “Siamo al fianco di Israele”.
Minuti di silenzio nei parlamenti. Bandiere a mezz’asta. Hashtag globali. Candele nelle piazze. La parola sarebbe stata una sola: crimine.
E se fosse accaduto a Kiev?
A Kiev, la scena sarebbe stata altrettanto limpida: “Attacco contro civili”. “Violazione del diritto internazionale”.
Le immagini avrebbero attraversato l’Europa in tempo reale. Collegamenti continui. Analisti militari a spiegare l’atrocità. Editoriali indignati. Appelli all’invio di nuove armi. Sanzioni immediate invocate come dovere morale. Le bambine sarebbero diventate il simbolo della resistenza. I loro volti stampati sui muri, sulle copertine, sulle magliette. L’Occidente si sarebbe riconosciuto in loro.
Ma a Minab?
Quando le vittime hanno nomi persiani, quando le madri portano il velo, quando la lingua non è familiare ai salotti televisivi europei, il lessico cambia. Diventa prudente. Freddo. Tecnico.
– “Secondo fonti locali”.
– “Numeri non verificabili”.
– “Obiettivo nei pressi”.
– “Dinamica da chiarire”.
– Il massacro si trasforma in “incidente”.
– Le bambine in “vittime collaterali”.
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È qui che il doppio standard – ancora una volta – prende forma concreta. Non riguarda soltanto la geopolitica. Riguarda il valore attribuito alle vite.
– Una bambina israeliana è “una di noi”.
– Una bambina ucraina è “una di noi”.
– Una bambina iraniana è “altro”.
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Il confine invisibile passa tra chi è percepito come parte del mondo civile e chi viene collocato fuori. È una gerarchia emotiva prima ancora che politica.
Questo è il punto che brucia: l’indignazione selettiva è nutrita da anni di narrazione che associano il Medio Oriente alla minaccia, all’estremismo, al fanatismo. Quando la vittima appartiene a quel paesaggio simbolico, la compassione si raffredda. Non si piange allo stesso modo. Non si piange.
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Se 165 bambine uccise non generano lo stesso coro di sdegno a seconda della latitudine, non è solo un problema di politica estera. È una questione di sguardo. O tutte le scuole bombardate sono un abominio, ovunque si trovino. Oppure stiamo ammettendo, senza dirlo, che esistono vite che contano di più.
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La sera del massacro, mentre a Minab si scavava tra le macerie, Donald Trump riceveva nella sua residenza ospiti scelti: finanzieri, magnati, habitué del potere. Brindisi, risate, cristalli che tintinnano. Da una parte, polvere e sangue sotto i neon tremolanti di un ospedale di provincia. Dall’altra, luci calde, camerieri in livrea, conversazioni frivole tra chi muove capitali più grandi dei bilanci di molti Stati.
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Non è solo un contrasto d’immagini. È una frattura morale. La distanza tra chi decide, chi investe e chi viene sepolto.
Maledetti.
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Alfredo Facchini
02 Marzo 2026