DI CLAUDIA SABA

Quest’anno il Festival di Sanremo non convince

E il calo degli ascolti non è solo una questione musicale o di scaletta: è un segnale sociale.
Il pubblico è cambiato.
E soprattutto sono cambiate le condizioni di vita di chi guarda.
In un tempo segnato da precarietà economica, aumento dei costi quotidiani e incertezza sul futuro, l’ostentazione del lusso sul palco appare sempre più stonata.
Abiti milionari, scenografie imponenti, cachet elevati: elementi che un tempo facevano sognare, oggi rischiano di accentuare la distanza tra spettacolo e vita reale.
La televisione generalista ha sempre avuto una funzione precisa: offrire evasione. Ma l’evasione funziona quando i problemi restano temporaneamente sospesi, non quando diventano strutturali.
Oggi molte famiglie non cercano distrazione patinata, ma riconoscimento della propria condizione. E questo riconoscimento, al Festival, non arriva.
I problemi non spariscono guardando Sanremo.
Una volta, forse, in un contesto economico più stabile, il pubblico riusciva a lasciarsi trasportare dalla leggerezza dello show. Oggi la percezione è diversa: le difficoltà non sono più episodiche, ma persistenti, e lo scarto tra palco e quotidianità appare troppo evidente.
A pesare è anche la sensazione di un evento sempre più autoreferenziale, costruito per l’industria dello spettacolo più che per il pubblico. La scelta di alcune co-conduzioni, percepite come lontane dal sentire comune, rafforza l’idea di un Festival chiuso in una bolla mediatica. Quando la conduzione non crea empatia, ma distanza, lo spettatore si disconnette.
In questo clima, anche la presenza di grandi nomi non basta. Anzi, rischia di amplificare la percezione di un’élite dello spettacolo che parla a se stessa mentre il Paese affronta ben altre priorità.
Il risultato è un Festival percepito come costoso, inutile e, soprattutto, lontano dalla realtà.
Non perché la musica non abbia valore, ma perché il contesto sociale è cambiato più velocemente del format televisivo.
Sanremo non è morto artisticamente. Ma è in crisi di senso.
E finché non tornerà a intercettare il clima reale del Paese — fatto di fragilità economiche, incertezze e bisogno di autenticità — continuerà a perdere quella funzione che lo aveva reso centrale: unire, far sognare, distrarre senza apparire irraggiungibile.
Oggi, più che spettacolo, molti vedono uno specchio deformato.
E quando la distanza tra palco e vita diventa troppo ampia, il telecomando si spegne.
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Claudia Saba
27 Febbraio 2026