I nuovi caporali

DI ALFREDO FACCHINI

Alfredo Facchini

 

I nuovi caporali

Non è una notizia. È una sentenza sul presente. Deliveroo Italy è finita sotto controllo giudiziario. Lo ha disposto la Procura di Milano.
Il gruppo in Italia ha 20 mila riders (di cui 3 mila a Milano), per 240 milioni di fatturato. La Procura, come un mese fa al concorrente, Glovo, contesta alla piattaforma di pagare retribuzioni sotto soglia di povertà e in contrasto con l’articolo 36 della Costituzione.
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La Procura ha messo nero su bianco, con un decreto, ciò che per anni è stato raccontato dai riders: ventimila lavoratori – ventimila corpi – intrappolati in un meccanismo di precarietà organizzata, dentro uno sfruttamento strutturale.
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Sebbene formalmente inquadrati come autonomi con partita Iva forfettaria, per la Procura i rider operano di fatto come dipendenti: la società dirige la prestazione tramite piattaforma, controlla geolocalizzazione e performance e lega questi parametri alla paga. Un’etero-organizzazione algoritmica che rende applicabile la disciplina del lavoro subordinato.
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Mentre i bilanci salivano e gli investitori brindavano, migliaia di persone venivano spinte sotto la soglia della sopravvivenza. Paga a consegna. Nessuna garanzia. Nessuna stabilità. A Milano migliaia di rider hanno pedalato per compensi incapaci di coprire affitto e spese essenziali. Nel capitalismo delle piattaforme il padrone non ha più volto. I nuovi capitali sono algoritmi. Assegnano le corse. Calibrano i turni. Infliggono penalità. Oscurano chi rallenta, chi rifiuta, chi protesta. Non urlano. Escludono.
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Dietro la grafica patinata c’è un retrobottega fatto di consegne pagate pochi euro, di punteggi che decidono chi lavora e chi sparisce. Il quadro è netto: il capitalismo di piattaforma non ha eliminato lo sfruttamento. Lo ha digitalizzato. I nuovi sfruttamenti non si presentano con la divisa del passato. Non hanno sirene di fabbrica né cartellini da timbrare. Si insinuano nei contratti “flessibili”, nelle partite IVA obbligate, nei turni spezzati governati da un software. Cambiano linguaggio.
Il lavoro viene frammentato, isolato, reso competizione permanente tra sfruttati. Il rischio è individuale, la subordinazione è negata a parole, ma esercitata nei fatti. Si lavora sempre valutati, sempre sostituibili. La precarietà non è un casuale: è un modello.
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La tecnologia è lo scudo dietro cui si nasconde una scelta precisa: comprimere diritti, abbassare salari, dissolvere responsabilità. L’algoritmo diventa il nuovo intermediario del comando, opaco, incontestabile, programmato per massimizzare margini e disciplinare corpi.
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Questi sfruttamenti non producono soltanto povertà. Producono solitudine. Spezzano solidarietà, impediscono organizzazione, trasformano ogni lavoratore in un nodo isolato di una rete che lo controlla ma non lo protegge. Riconoscerli è il primo passo. Nominarli è già un atto politico. Perché se il potere si riorganizza, anche il conflitto deve cambiare forma. E nessuna architettura digitale può cancellare una verità semplice: senza lavoro non c’è profitto. Senza chi consegna, programma, cura, guida, pulisce, l’ingranaggio si ferma.
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Alfredo Facchini
27 Febbraio 2026