DI CLAUDIA SABA

Niente congedo parentale paritario: bocciata la proposta

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Niente congedo parentale paritario: bocciata la proposta, resta l’Italia dei 10 giorni ai padri.
Il centrodestra blocca la proposta di legge delle opposizioni per introdurre in Italia il congedo parentale paritario.
Una riforma che avrebbe consentito ai neo-papà di assentarsi dal lavoro per cinque mesi, di cui quattro obbligatori e retribuiti, superando l’attuale limite dei 10 giorni previsti oggi.
Non accadrà.
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La maggioranza ha soppresso il provvedimento con 137 voti favorevoli, 117 contrari e 2 astenuti. Una manciata di voti che, ancora una volta, segna una scelta politica precisa: lasciare immutata la distribuzione del carico di cure tra uomini e donne.
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Nel resto d’Europa il congedo paterno rafforzato viene considerato uno strumento strategico per ridurre le disuguaglianze nel mercato del lavoro. In Italia, invece, si continua a trattarlo come una concessione marginale, quasi simbolica. Dieci giorni contro mesi interi di congedo materno: una sproporzione che produce effetti concreti, non solo culturali ma economici.
Lo stesso giorno in cui viene affossata la proposta, il Rendiconto di genere INPS 2024 certifica un dato che non dovrebbe più essere ignorato: le donne guadagnano mediamente il 25,73% in meno rispetto agli uomini. Un divario che non nasce dal caso, ma anche da un sistema che continua ad associare la cura quasi esclusivamente alla figura materna.
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Il congedo paritario avrebbe potuto incidere su due fronti decisivi.
Il primo: il merito nel mercato del lavoro
Prevedere un periodo obbligatorio di assenza dal lavoro identico per uomini e donne avrebbe eliminato uno dei retropensieri più radicati nelle dinamiche occupazionali: l’idea implicita che assumere o promuovere una donna comporti “costi di maternità” maggiori rispetto a un uomo.
Se entrambi i genitori si assentano, la discriminazione preventiva perde terreno.
Il secondo: la rivoluzione del ruolo della cura
Non in teoria, ma nella pratica quotidiana delle famiglie. Perché la condivisione reale dei compiti di cura non nasce dagli slogan, ma dal tempo. Tempo riconosciuto, tutelato e retribuito. Senza questo, la parità resta una dichiarazione formale.
La maggioranza ha motivato lo stop con la mancanza di coperture economiche.
Una giustificazione che apre però una questione politica più ampia: quali priorità di spesa vengono considerate sostenibili e quali no. Perché sostenere la genitorialità condivisa non è solo una misura sociale, ma anche economica, in grado di aumentare l’occupazione femminile, la stabilità lavorativa e, nel lungo periodo, la natalità.
Bloccare il congedo paritario significa, di fatto, cristallizzare un modello familiare in cui la cura resta prevalentemente sulle spalle delle madri.
Con una conseguenza a catena: carriere rallentate, part-time involontari, uscita dal mercato del lavoro e divari retributivi che si amplificano nel tempo.
Non è soltanto una questione di diritti dei padri. È una questione di diritti delle donne lavoratrici, di equilibrio familiare e di riconoscimento del valore della cura come responsabilità condivisa.
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In un Paese che dichiara di voler sostenere la natalità e le famiglie, la bocciatura del congedo parentale paritario appare come un segnale politico chiaro: la genitorialità resta, ancora una volta, un tema a carico quasi esclusivo delle donne.
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Claudia Saba
26 Febbraio 2026