Così il poliziotto di Rogoredo è passato da martire a traditore della nazione

DI MICHELE PIRAS

 

Così il poliziotto di Rogoredo è passato da martire a traditore della nazione

Ci vuole così poco, per questi qui, a eseguire tripli salti carpiati con doppio avvitamento.
E non ce la fanno proprio a rilasciare una dichiarazione equilibrata, che abbia senso e che sia coerente col ruolo che ricoprono.
Così, nel volgere di due lune, il poliziotto di Rogoredo è passato dal ruolo di martire a traditore della nazione.
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E questa pesante parafrasi di Giorgio Almirante non la usa un qualsiasi militante di Casapound, ma la seconda carica dello Stato, uno che dovrebbe stare lì, sul più alto scranno del Senato, a difendere la Costituzione – che vieta esplicitamente la pena di morte (Art.27) – e a tutelare la cultura giuridica di questo Paese.
Il poliziotto di Rogoredo – piaccia o meno ai forcaioli – è un essere umano, ora mollato da tutti, come un paio di scarpe comprate senza riflettere che scopriamo scomodissime.
È un uomo che ha sbagliato e perciò andrà giudicato e eventualmente condannato a pagare il prezzo del suo errore, senza sconti e senza scudi: dalla Magistratura, che fino a ieri attaccavano violentemente, non dalla politica, tantomeno dalla folla inferocita.
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A quell’uomo la Costituzione repubblicana e antifascista riconosce la possibilità di redimersi, di scontare una pena giusta, di reinserirsi nella società.
Stessa cosa che vale per tutti coloro che delinquono, anche per i pusher e i narcotrafficanti.
E vale per ciascuno di noi, se commettiamo degli errori, come capita a tutti gli esseri umani.
Altro che pena di morte, salti mortali nel medioevo, braccia violente della legge e cow boy.
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L’Italia è ancora un Paese civile, per fortuna.
E sarà bene ricordarsene al referendum, dell’idea di Paese che hanno questi qui.
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Michele Piras
26 Febbraio 2026