Politica e intrattenimento dell’indignazione innocua

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ANTONIO CIPRIANI – Dalla redazione di REMOCONTRO –

Politica e intrattenimento dell’indignazione innocua

La politica esiste ancora? Esistono ancora passioni che possano scuoterci e farci ricordare che siamo esseri umani e cittadini, protagonisti della nostra vita nella società civile?
Nell’epoca del troppo consumo, del poco tempo a disposizione e delle autostrade conformiste del sapere che tutto asfaltano, viene da pensare che in ogni luogo dell’esistenza, con una prevalenza assoluta in quello virtuale, ci si occupa di politica. Lo fanno i razzisti ululando contro i migranti, i benpensanti pensando che sia più grave scrivere con un pennarello su una vetrata della stazione di un genocidio sotto i nostri occhi complici; lo fanno i contestatori del governo, i baldanzosi giovani che conoscono tutte le tecniche per cavalcare l’algoritmo.
Tutto è politica. Dalla critica social per i giardinetti che un sindaco trascura, alle sceneggiate del nostro governo ossequioso osservatore non parlante del roboante Board of peace. E lo è anche questa constatazione. Tutto, veramente tutto, è politica. Ma quale politica? E tante volte abbiamo sentito questo ragionamento che comincia sempre con la citazione della polis eccetera eccetera.

Quindi, se tutto è ormai politica, niente lo è davvero.

Nella sovraesposizione polemica l’affermare, il negare, il mentire, l’indignarsi vanno tutti a convergere nelle discussioni. E anche i fatti, anche quelli più deprecabili che accadono davvero, sulle strade del nostro esistere, vengono derubricati a infinite chiacchiere televisive e social. A me viene il dubbio che ci sia del marcio. Non nelle questioni specifiche o nella politica del manganello e della repressione, che sono forme abbastanza evidenti e chiare di come venga concepito il potere in un’epoca di capitalismo feroce. Mi viene il dubbio che tutta questa politica, mediatica, ululata o straparlata, nei salottini televisivi o colpi di battutine da social media manager al posto dei politici, sia parte del problema. E che il cittadino si senta impegnato e in prima linea senza capire che la sua indignazione è innocua e si è però sostituita all’azione trasformatrice della realtà.

Recentemente ho letto da qualche parte – e questa è la battaglia storica del barbiere anarchico – che la politica è ormai un sottogenere della cultura. E l’interlocutore potrebbe dire: beh, non male no? Hai sempre parlato di crisi epistemica, di mancanza di cultura e di conoscenze pubbliche, che cosa vuoi allora? Già, ma parliamo di quella cultura che va per la maggiore e che confina con l’intrattenimento, non con la conoscenza fertile. La cultura mediatica che spinge le persone a prenderla per buona, a darsi da fare per affollare i festival letterari sulle sedioline di plastica, a comprare libri come se comprare un certo tipo di libri fosse un atto politico, e non una semplice e indotta scelta mediatica di intrattenimento merceologico.

La cultura sta all’intrattenimento come la politica sta al discorso. Ambedue, genere e sottogenere, fortemente patologiche, capaci di rendere la nostra società una pena. Perché si tratta di forme di chiasso politico e di intrattenimento mediatico e culturale che supportano, attivamente o passivamente, con fini espliciti o con un conformistico eclissarsi nel giusto modo, quello che è il Potere con la P maiuscola, quella brutta cosa che fiera si sta ergendo sul mondo e dalle nostre parti, con la sua camicia nera culturale così nemica della libertà, dei nostri diritti, della giustizia sociale, dell’etica, della partecipazione attiva alla democrazia per trasformare la realtà.

“E questo è il punto. Quando le cose servono a discutere inutilmente su se stesse e ogni piccola azione è utile come pretesto per schierarsi da una parte o dall’altra, non c’è azione per la trasformazione della realtà. Quindi il nero vince. E col nero il sistema che abilmente ha costruito questa scacchiera mediatica.”

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Antonio Cipriani, dalla redazione di

22 Febbraio 2026