“Tragedia sfiorata”, le parole che minimizzano la violenza

DI CLAUDIA SABA

 

“Tragedia sfiorata”, le parole che minimizzano la violenza

C’è qualcosa che non funziona nel modo di raccontare la violenza contro le donne.
E quando a farlo è un’associazione che si occupa di diritti delle donne, il problema diventa ancora più serio.
Definire “tragedia sfiorata” il tentato femminicidio di una donna colpita con un’arma da fuoco da parte del marito è una comunicazione fuorviante e pericolosa.
Perché ribalta il senso delle cose.
Significa dire che finché una donna resta viva, non è successo abbastanza.
Che il corpo ferito, il terrore, il trauma, la violenza esercitata tra le mura domestiche siano un “meno male”, un dettaglio secondario.
Perché “in fondo lei se l’è cavata”.
È lo stesso linguaggio che trasforma una violenza in una “lite degenerata”, un’aggressione in una “discussione familiare”, un femminicidio in un “raptus”.
Parole che assolvono il violento o l’assassino.
Le parole contano.
E raccontare un tentato femminicidio come una “tragedia sfiorata” significa continuare a normalizzare l’idea che la violenza maschile sia grave solo quando c’è un cadavere.
Chi lavora sui diritti ha una responsabilità in più.
Cambiare la narrazione distorta chiamando le cose con il proprio nome.
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Claudia Saba
3 Febbraio 2026