DI ALFREDO FACCHINI

Sull’intervista a Francesco Cossiga

Dopo i fatti di Torino – apprendiamo da una fotografia che il poliziotto colpito a martellate è in piedi, sorridente, davanti ai reporter – è stata rilanciata ovunque un’intervista a Francesco Cossiga, richiamata a sostegno della tesi degli infiltrati. Ogni ipotesi resta sul tavolo, ma servono riscontri. Per il momento non pervenuti. Apprendiamo inoltre dai giornali che uno dei presunti aggressori del poliziotto è un giovane anarchico, incensurato, di ventidue anni, originario di Grosseto.
Vale la pena tornare a quell’intervista tanto citata
Risale al 2008. La realizzò Andrea Cangini. Qui si tenterà di smontarla e rimontarla, punto per punto, per capire che cosa regge e che cosa no.
Cangini – Presidente Cossiga, pensa che minacciando l’uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?
Cossiga: «Dipende, se ritiene d’essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l’Italia è uno Stato debole, e all’opposizione non c’è il granitico Pci ma l’evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia»..
Ma che cosa è accaduto veramente nel 2008?
Prende forma l’Onda contro la Riforma Gelmini. Scuole e università si muovono insieme. Occupazioni, blocchi, cortei. La risposta istituzionale è aggressiva: Berlusconi parla di sgomberi, minaccia l’intervento diretto delle forze dell’ordine. A Roma, il 29 ottobre, Piazza Navona esplode. Antifascisti e militanti del Blocco Studentesco si affrontano, la polizia carica, arrivano gli arresti.
Cangini – Quali fatti dovrebbero seguire?
Cossiga: «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno».
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Francesco Cossiga resta al Viminale dal 12 febbraio 1976 all’11 maggio 1978, attraversando tre governi consecutivi: il Moro V, l’Andreotti III della “non sfiducia”, l’Andreotti IV. Due anni scarsi, compressi dentro il punto più alto dello scontro tra lo Stato e la sinistra radicale.
Nel 1977 è chiamato a dirigere l’ordine pubblico. Poi nel 1978 arriva il sequestro di Aldo Moro. Cossiga è il ministro responsabile della sicurezza e delle indagini. Quando il corpo di Moro viene ritrovato in via Caetani, l’11 maggio 1978, Cossiga si dimette. Quelle dimissioni segnano una cesura simbolica, non una fine. La sua traiettoria prosegue: Presidente del Consiglio nel 1979, Presidente della Repubblica nel 1985.
Cangini – Ossia?
Cossiga: «In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito…».
FALSO. La polizia caricò gli studenti medi in numerosi cortei. Lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Cesare Pardini nel 1969 perse la vita a Pisa colpito da un candelotto in pieno petto. L’anno dopo a Milano morì nello stesso modo Saverio Saltarelli.
Cangini – Gli universitari, invece?
Cossiga: «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
FALSO. Le cosiddette forze dell’ordine militarizzarono in maniera permanente il centro delle città – Roma, Bologna, Milano – sgomberarono le università e le scuole occupate con la forza. L’11 marzo del 1977 assassinarono a Bologna lo studente Francesco Lorusso. 12 marzo: la risposta del Movimento è imponente in tutta Italia. A Bologna, Cossiga invia i mezzi corazzati (i cingolati M113) per sgomberare la zona universitaria. Viene chiusa violentemente con la forza Radio Alice, voce simbolo della creatività del movimento. Blindati anche alla Sapienza.
12 maggio. A Roma, durante una manifestazione per l’anniversario del referendum sul divorzio, ecco che compaiono infiltrati: agenti in borghese vestiti da manifestanti. Ma non si mescolano al corteo. Gli sparano contro. Giorgiana Masi, studentessa, viene uccisa.
Cangini – Dopo di che?
Cossiga: «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Cangini – Nel senso che…
Cossiga: «Nel senso che le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pieta e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano».
VERO. Le cosiddette forze dell’ordine e lo Stato utilizzarono tutto il loro arsenale repressivo contro studenti e lavoratori. Dalle leggi speciali alle carceri speciali. Migliaia gli arrestati e denunciati. Senza commento le farneticazioni sui docenti.
Cangini – Anche i docenti?
Cossiga: «Soprattutto i docenti. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine si. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
Cangini – Lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.
Cossiga: «Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio».
Cangini – Quale incendio?
Cossiga: «Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà ad insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate Rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale.»
FALSO. La chiusura della fase storica della lotta armata è datata 16 aprile 1988. A Forlì, viene ucciso il senatore Roberto Ruffilli. Questo delitto viene comunemente indicato come l’ultimo atto della stagione brigatista nata negli anni Settanta. Dopo, l’organizzazione viene quasi del tutto smantellata.
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Dopo oltre un decennio di silenzio operativo, una nuova formazione che si richiama alla pratica brigatista torna ad agire: 20 maggio 1999: a Roma viene ucciso Massimo D’Antona. 19 marzo 2002: a Bologna viene assassinato Marco Biagi. È l’ultimo omicidio politico rivendicato con la stella a cinque punte. L’epilogo armato il 2 marzo 2003, sul treno Roma–Firenze, si verifica una sparatoria: muoiono il sovrintendente Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi. L’arresto di Nadia Desdemona Lioce segna lo smantellamento definitivo della colonna delle cosiddette Nuove BR.
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Quanto a Prima linea l’ultimo omicidio è datato 28 novembre 1981, a Milano, durante uno scontro a fuoco successivo a un controllo stradale, viene ucciso il poliziotto Ciro Capobianco.
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Conclusione. Questa intervista va letta per ciò che è: una farneticazione tardiva, pronunciata da un politico in cerca di legittimazione dopo una carriera segnata da scelte inquietanti. Chi non ha attraversato quegli anni fatica a coglierne il peso reale, il contesto, la violenza concreta delle decisioni assunte allora. Trasportarla nel presente non regge: manca qualsiasi continuità storica, manca il terreno materiale su cui quelle parole furono pronunciate.
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Le presunte infiltrazioni restano un’ipotesi. Senza fatti, senza riscontri, restano teorie. E le teorie, specie quando rimbalzano senza filtro, senza memoria storica, non spiegano: confondono.
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Alfredo Facchini
2 Febbraio 2026