DI ALFREDO FACCHINI

Torino Partigiana

C’è un tempo in cui le parole smettono di essere inchiostro e diventano corpo collettivo.
Il 31 gennaio, oggi, Torino sarà lo specchio e la voce di un Altro Paese che non accetta di vivere sotto l’ombra cupa della militarizzazione, dei decreti sicurezza, delle manovre economiche che non ridistribuiscono ma dissanguano.
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Da Nord a Sud, dalle valli resistenti della Val di Susa ai margini delle periferie metropolitane. “Governo nemico del popolo, il popolo rilancia”. Non è uno slogan: è una diagnosi e una cura. Una denuncia, e una promessa.
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Mentre il governo della ducetta affila i suoi Ddl sicurezza come lame, un’altra Italia si mette in moto. Donne, studenti, disoccupati, migranti, attivisti, insegnanti, quartieri interi. Un Altro popolo, che rilancia. Che non si piega. Che non arretra. Disubbidisce. Disubbidire è rifiutare la guerra, dentro e fuori. La retorica dell’emergenza, del nemico interno, del nemico esterno, dei confini da difendere. In un tempo in cui tutto sembra spingerci alla rassegnazione o alla solitudine, in questo tempo grigio e sorvegliato, disubbidire vuol dire non anestetizzarsi. Vuol dire avere memoria e visione. Vuol dire mettere in gioco il proprio corpo, la propria parola, il proprio tempo.
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È tessere legami, custodirli, quando i poteri ti vogliono isolato, consumatore e silenzioso. È credere che ci sia ancora qualcosa per cui vale la pena esporsi, rischiare, mettersi di traverso. È scegliere di stare sempre con chi non ha voce. È non girarsi dall’altra parte. Disubbidire, allora, è vivere di più. È dire: io non ci sto. E non ci sto da solo. Chi disubbidisce sa che il mondo non si trasforma per grazia ricevuta. Sa anche che ogni crepa può diventare passaggio.
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Chi vive dentro le fratture del sistema – Askatasuna, Leoncavallo, Spin Time e le altre – lo capisce forse meglio di chiunque altro: è proprio lì, nelle spaccature, che nasce la possibilità concreta di realizzare un altro modo di stare al Mondo. Esperienze che si possono ripetere perché sono radicate, collettive, profondamente umane. Un antidoto al disciplinamento delle vite, al culto dell’obbedienza.
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Sotto l’ombra nera della militarizzazione che prova a trasformare il dissenso in devianza, ogni spazio sociale in minaccia, ogni protesta in problema di ordine pubblico
continuiamo ostinatamente a abitare le crepe. Non per nostalgia, non per folklore, ma perché lì dentro respira ancora la possibilità reale di vite non addomesticate, di futuri che non passano per il loro permesso. Ogni occupazione, ogni blocco, ogni gesto di vita ribelle è un chiodo conficcato nel loro ordine fasullo.
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Alfredo Facchini
31 Gennaio 2026