Quando un femminicidio non lascia più nessuno a difendere

DI CLAUDIA SABA

 

Quando un femminicidio non lascia più nessuno a difendere

C’è una verità difficile da dire, perché non rientra nelle categorie rassicuranti del giusto e dello sbagliato, del lecito e dell’illecito.
Ma ci sono momenti in cui la realtà impone parole nuove.
Il suicidio dei genitori di Claudio Carlomagno non è un fatto separato dal femminicidio di Federica Torzullo.
Non è una tragedia collaterale, né una vicenda parallela.
È una conseguenza.
Non nel senso di una colpa diretta, ovviamente.
Ma nel senso più profondo e disturbante del termine: un effetto irreversibile generato da un atto che ha superato ogni limite umano, morale e relazionale.
In questa storia si è prodotta qualcosa che raramente accade: una condanna totale, senza attenuanti, senza protezioni, senza narrazioni consolatorie.
Non una condanna giuridica che spesso arriva tardi, si riduce, si negozia, ma una condanna definitiva, perché non più riscrivibile.
Il femminicida ha scritto la propria condanna nel momento stesso in cui ha ucciso.
Non gliel’ha inflitta lo Stato.
È nata come collasso totale del suo mondo affettivo, familiare, umano.
Perché le pene si scontano.
Le sentenze si allontanano nel tempo.
Ma sapere che il tuo gesto ha portato alla morte i tuoi genitori è qualcosa da cui non esiste ritorno.
Dire questo non significa legittimare il suicidio.
Significa smettere di separare il femminicidio dalle sue conseguenze come se fosse un atto isolato, un raptus, un dramma privato.
Il femminicidio è un evento che devasta tutto ciò che tocca.
Ed è qui che questa vicenda diventa un monito.
Non per “gli uomini” in quanto tali.
Ma per i violenti, per chi controlla, minaccia, perseguita, umilia. Per chi pensa di avere diritto sulla vita di una donna.
Il messaggio è impossibile da aggirare.
Chi uccide una donna non distrugge solo la vittima.
Distrugge tutti intorno a sé, ma anche se stesso.
Trascinando nel baratro anche chi lo ha generato e cresciuto.
Per la prima volta, attorno a un femminicidio, non ha retto nemmeno l’ultima difesa.
Quella familiare.
Nessuna giustificazione.
Nessuna protezione.
Nessun “non era lui”.
È rimasto solo il peso nudo dell’atto.
Ed è crollato tutto.
Forse è anche questo che la vicenda ci costringe a guardare.
Che si può fare male anche con l’amore.
Quando un genitore continua a proteggere un figlio anche dopo un assassinio, non sempre lo salva.
A volte lo sottrae alla responsabilità.
E senza responsabilità non c’è consapevolezza, non c’è possibilità di fermare la violenza.
In questa storia quella protezione si è spezzata.
Nel modo più tragico possibile.
E proprio per questo ha mostrato ciò che troppo spesso viene nascosto: che nessun amore, nemmeno il più grande, può riparare un atto irreparabile.
Se tanto dolore può avere un senso, allora è questo:
diventare un deterrente.
Ricordare che la violenza non è potere, ma distruzione totale.
E che a volte la vera condanna nasce proprio lì, dove non resta più nessuno a difendere.
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Claudia Saba
26 Gennaio 2026