Il Giudice blocca Fabrizio Corona. Ma Signorini non è un signore

DI CLAUDIA SABA

 

Il Giudice blocca Fabrizio Corona. Ma Signorini non è un signore

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C’è qualcosa che non torna.
E non è solo una questione giudiziaria.
È una questione democratica.
Quando un giudice mette a tacere Fabrizio Corona, personaggio controverso, discutibile, spesso sopra le righe, il messaggio che passa è chiaro.
Alcune parole possono essere fermate.
Non perché false, ma perché scomode.
Eppure il silenzio non ha mai protetto le vittime.
Non le ha mai difese.
Il silenzio protegge il potere, le relazioni intoccabili, chi ha interesse a non essere messo in discussione.
Il parallelismo è inevitabile.
Quando Selvaggia Lucarelli ha attaccato duramente Chiara Ferragni, nessuno ha imposto bavagli.
Nessuna urgenza di tacere.
Anzi: da quelle denunce è nato un terremoto mediatico, politico e giudiziario.
E lì la parola andava bene.
Il rumore era legittimo.
La pressione pubblica persino utile.
Allora la domanda è inevitabile:
perché in un caso si può parlare e nell’altro no?
La risposta è scomoda ma evidente:
dipende da chi parla e da cosa dice.
Dipende se ciò che viene detto fa comodo al potere oppure lo disturba.
Se va bene al potere, passa.
Se lo mette in difficoltà, viene fermato.
Questa non è tutela.
È selezione.
È una libertà di parola a intermittenza.
È una legge che non vale per tutti, ma solo quando conviene.
E no, Alfonso Signorini non è automaticamente “un signore” perché ricopre un ruolo pubblico o mediaticamente forte.
Il rispetto non si impone per decreto.
Si guadagna con i comportamenti.
E le domande, quando emergono, non si zittiscono: si affrontano.
Un Paese che imbavaglia la parola non è un Paese più giusto.
È un Paese più fragile.
E ogni volta che si sceglie il silenzio al posto delle risposte, non vince la giustizia.
Vince il potere.
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Claudia Saba
26 Gennaio 2026