DI ALFREDO FACCHINI

Da Livorno a Bruxelles. Biglietto di sola andata

Il 21 gennaio 1921, a Livorno, nasce il Partito Comunista d’Italia, poi “italiano” dal 1943.
Da lì prende forma una vicenda che segna a fondo il Novecento e incide sul destino del Paese. Ne abbiamo scritto ieri sommariamente sotto forma di articolo.
Rileggere quel percorso serve in particolare per misurare la distanza tra ciò che la sinistra è stata e ciò che è diventata oggi.
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Parto da un’affermazione che suona come una provocazione solo a chi ha smesso di guardare i fatti. Quella che oggi si auto-definisce Sinistra non è più una forza di trasformazione, né un campo di conflitto. È una formazione liberal-progressista sul terreno dei diritti e iper-liberista in economia.
È una forza che difende i diritti civili senza mai mettere in discussione i diritti del capitale. Quando il discorso scende sul piano materiale, quando entra nei rapporti di forza, nel lavoro, nella redistribuzione, nei corpi piegati dal mercato, la protezione dei diritti scompare. Rivendica esclusivamente libertà individuali mentre accetta come naturali le catene economiche: il neoliberismo come destino.
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Così, mentre si presenta come argine morale, legittima un ordine iperliberista che privatizza, precarizza, frammenta, sfrutta. Ha smarrito il conflitto sociale e lo ha sostituito con l’amministrazione del presente. Non rappresenta più un’alternativa: rappresenta la versione colta, rassicurante e presentabile dello stesso mondo che dice di voler correggere.
Faccio notare che l’attuale semi-Sinistra, come l’ha definita con finezza intellettuale Luciano Canfora, ha aderito senza riserve all’ideologia e al lessico di Bruxelles, assumendoli come orizzonte indiscutibile. Non un attrito: un’adesione piena, disciplinata, spesso entusiasta.
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Vale la pena ricordarlo, perché qui sta un punto dirimente. Il cardine del trattato fondativo dell’Unione Europea è il divieto di aiuti di Stato alle imprese nazionali. Non una clausola tecnica, ma una scelta politica netta: la negazione di qualunque intervento pubblico capace talvolta di proteggere settori strategici, difendere lavoro e territorio. È la fine di una politica economica che, nel dopoguerra, aveva individuato nella Partecipazione Statale e nell’Economia Mista una strada praticabile. Una strada – a tratti- socialdemocratica, intendiamoci, non socialista. Una mediazione, spesso discutibile, tra mercato e interesse collettivo, tra impresa e pianificazione, tra profitto e coesione sociale. Quella strada è stata archiviata come un reperto ingombrante del Novecento, liquidata come zavorra. La semi-Sinistra non l’ha difesa, non l’ha neppure discussa: l’ha abbandonata in silenzio, accettando che l’economia diventasse un campo sottratto alla decisione politica.
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Da quel momento in poi, il perimetro è stato tracciato altrove. La rinuncia è passata per modernità, l’obbedienza per realismo. E così una tradizione che aveva fatto dello Stato uno strumento – imperfetto, discutibile, ma spesso indispensabile – di riequilibrio sociale, si è ridotta a garante delle compatibilità europee, custode di vincoli presentati come leggi naturali.
È una mutazione profonda, che spiega perché oggi si fatichi persino a nominare una politica economica autonoma, figurarsi a praticarla.
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Nel corso degli ultimi decenni la semi-sinistra italiana ha così ristretto il proprio campo d’azione, concentrando gran parte dell’iniziativa pubblica sul terreno dei diritti civili, intesi come diritti individuali, di riconoscimento e di autodeterminazione. Diritti imprescindibili, sia chiaro. Il nodo politico, però, non sta nella loro legittimità, bensì nel fatto che abbiano finito per occupare quasi per intero lo spazio del conflitto, mentre altri diritti – sociali, economici, collettivi – sono stati spinti ai margini del discorso, fino a diventare residuali.
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Alfredo Facchini
22 Gennaio 2026