DI ENNIO REMONDINO

Dalla redazione di REMOCONTRO –
Trump padrone a Davos pretende la Danimarca
«Gli Stati Uniti hanno salvato la Groenlandia e l’hanno restituita alla Danimarca dopo la seconda guerra mondiale, ora Copenaghen é ingrata». Una Davos ammutolita mentre parla Donald Trump, con l’aria che sembra fermarsi quando il presidente americano pronuncia le parole che confermano «Abbiamo bisogno della Groenlandia».

Megalomane bugiardo e l’Europa
«Amo l’Europa ma non sta andando nella giusta direzione. Gli Stati Uniti sono il “motore economico del pianeta. Gli Usa vanno verso una crescita mai vista prima, probabilmente mai vista prima in alcun Paese»
«Solo gli Stati Uniti possono garantire la sicurezza mondiale con il controllo della Groenlandia», ha spiegato il presidente Usa. «Felice di tornare qui Davos per incontrare tanti amici e qualche nemico. Gli Usa sono stati trattati molto male dalla Nato», come se la NATO non fosse american. «Abbiamo dato tanto e abbiamo ricevuto molto poco in cambio», ha aggiunto. «Gli Stati Uniti hanno salvato la Groenlandia e l’hanno restituita alla Danimarca dopo la seconda guerra mondiale. Ora Copenaghen é ingrata: dopo la Seconda Guerra Mondiale abbiamo restituito la Groenlandia alla Danimarca, come siamo stati stupidi: avremmo dovuta tenerla perché è parte del nord America, è un nostro territorio”, ha detto Trump prima di chiedere negoziati immediati per l’acquisizione della Groenlandia».
Liberazione Usa dell’Europa
«Ho grandissimo rispetto – ha poi sottolineato Trump – per la Danimarca e la Groenlandia», concede Trump. «Probabilmente non otterremo nulla, a meno che io non decida di usare una forza e una potenza eccessiva, nel qual caso saremmo, francamente, inarrestabili, ma non lo farò», afferma per ora sapendo di avere quasi tutto il mondo contro. «Questa è probabilmente l’affermazione più importante, perché la gente pensava che avrei usato la forza. Non devo usare la forza. Non voglio usare la forza. Non userò la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia». Sbruffone buffonesco.
Sempre minaccioso a Nato in coma
- «Sarò con la Nato al 100% ma non sono sicuro che loro ci saranno per noi».
- «L’unica volta che è stato applicato l’art.5 dell’Alleanza è stato quando gli alleati europei andarono in aiuto degli Usa dopo l’11 settembre».
- «Gli Usa vogliono questo grosso pezzo di ghiaccio chiamato Groenlandia e se gli europei diranno di sì, lo apprezzeremo molto».
- «Se diranno di no, ce lo ricorderemo».

«L’ordine mondiale è finito, inizia una realtà brutale. Ecco cosa dobbiamo fare»
Il discorso del premier canadese Carney a Davos in cui Remocontro si riconosce.
«È un piacere – e un dovere – essere con voi in questo momento di svolta per il Canada e per il mondo. Oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo. Ma vi propongo anche un’altra tesi: che altri Paesi, in particolare le potenze di medio livello come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati.
Il potere dei meno potenti comincia dall’onestà.
Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze. Che l’ordine internazionale basato sulle regole si sta dissolvendo. Che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono.
Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile – la logica naturale delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa logica esiste una forte tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi per sopravvivere. Ad accomodarsi. A evitare problemi. A sperare che la conformità garantisca sicurezza. Non lo farà.
Nel 1978 il dissidente ceco Václav Havel scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere. In esso poneva una domanda semplice: come si manteneva il sistema comunista?
La sua risposta cominciava con un fruttivendolo. Ogni mattina questo negoziante esponeva in vetrina un cartello: «Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!». Non ci credeva. Nessuno ci credeva. Ma lo esponeva comunque – per evitare guai, per segnalare conformità, per tirare avanti. E poiché ogni negoziante, in ogni strada, faceva lo stesso, il sistema persisteva.
Non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione delle persone comuni a rituali che in privato sapevano essere falsi.
Havel definì questo atteggiamento «vivere nella menzogna». Il potere del sistema non derivava dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità proveniva dalla stessa fonte: quando anche una sola persona smette di recitare – quando il fruttivendolo toglie il cartello – l’illusione comincia a incrinarsi.
È tempo che le imprese e i Paesi tolgano i loro cartelli.
Per decenni Paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che chiamavamo l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, lodato i suoi principi e beneficiato della sua prevedibilità. Potevamo perseguire politiche estere fondate sui valori sotto la sua protezione. Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero auto-esentati quando conveniente. Che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.
Questa finzione era utile e, in particolare, l’egemonia americana ha contribuito a fornire beni pubblici: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno a quadri per la risoluzione delle controversie. Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali. E per lo più abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà.
Questo patto non funziona più.
ermettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.
Negli ultimi due decenni una serie di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema.
Più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come un’arma. I dazi come leva. Le infrastrutture finanziarie come strumenti di coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.
Non si può «vivere nella menzogna» del beneficio reciproco attraverso l’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della propria subordinazione.
Le istituzioni multilaterali su cui facevano affidamento le potenze medie – il WTO, l’ONU, le COP, l’architettura della risoluzione collettiva dei problemi – sono fortemente indebolite.
Di conseguenza, molti Paesi stanno giungendo alle stesse conclusioni. Devono sviluppare una maggiore autonomia strategica: nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento.
Questo impulso è comprensibile. Un Paese che non è in grado di nutrirsi, di rifornirsi di energia o di difendersi ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono più, devi proteggerti da solo.
Ma guardiamo con lucidità a dove questo conduce. Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile.
E c’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la pretesa di regole e valori per perseguire senza ostacoli il proprio potere e i propri interessi, i benefici del “transazionalismo” diventano più difficili da replicare. Le potenze egemoni non possono monetizzare indefinitamente le loro relazioni.
Gli alleati diversificheranno per coprirsi dall’incertezza. Compreranno assicurazioni. Aumenteranno le opzioni. Questo ricostruisce la sovranità – una sovranità che un tempo era fondata sulle regole, ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni.
Come ho detto, una gestione del rischio di questo tipo ha un costo, ma il costo dell’autonomia strategica, della sovranità, può anche essere condiviso. Gli investimenti collettivi nella resilienza sono meno onerosi che costruire ciascuno la propria fortezza. Standard condivisi riducono la frammentazione. Le complementarità generano benefici a somma positiva.
La domanda per le potenze medie, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà. Dobbiamo farlo. La domanda è se ci adattiamo semplicemente costruendo muri più alti, oppure se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.
Il Canada è stato tra i primi a cogliere il segnale di allarme, avviando un cambiamento profondo della propria postura strategica. I canadesi sanno che la vecchia e comoda convinzione secondo cui la nostra geografia e le nostre alleanze garantivano automaticamente prosperità e sicurezza non è più valida. Il nostro nuovo approccio si fonda su ciò che Alexander Stubb ha definito “realismo basato sui valori” – oppure, in altre parole, sull’essere al tempo stesso guidati da principi e pragmatici. Guidati da principi nel nostro impegno verso valori fondamentali: sovranità e integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza salvo nei casi conformi alla Carta delle Nazioni Unite, il rispetto dei diritti umani.
Pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condividono i nostri valori. Ci impegniamo in modo ampio e strategico, a occhi aperti. Affrontiamo attivamente il mondo per quello che è, non aspettiamo un mondo che vorremmo fosse. Il Canada sta calibrando le proprie relazioni affinché la loro profondità rifletta i nostri valori. Stiamo privilegiando un coinvolgimento ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che essa comporta e le poste in gioco per ciò che verrà.
Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza. Stiamo costruendo questa forza in patria.
Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo ridotto le tasse su redditi, plusvalenze e investimenti delle imprese, abbiamo eliminato tutte le barriere federali al commercio interprovinciale e stiamo accelerando mille miliardi di dollari di investimenti in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora. Raddoppieremo la spesa per la difesa entro il 2030, facendolo in modo da rafforzare le nostre industrie nazionali. Ci stiamo rapidamente diversificando all’estero. Abbiamo concordato un partenariato strategico globale con l’Unione europea, inclusa l’adesione a SAFE, il sistema europeo di appalti per la difesa.
Negli ultimi sei mesi abbiamo firmato altri dodici accordi commerciali e di sicurezza in quattro continenti. Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuovi partenariati strategici con Cina e Qatar. Stiamo negoziando accordi di libero scambio con India, ASEAN, Thailandia, Filippine e Mercosur. Per contribuire alla soluzione dei problemi globali perseguiamo una geometria variabile: coalizioni diverse per questioni diverse, basate su valori e interessi. Sull’Ucraina siamo membri centrali della Coalizione dei Volenterosi e tra i maggiori contributori pro capite alla sua difesa e sicurezza.
Sulla sovranità artica stiamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto unico a determinare il futuro della Groenlandia. Il nostro impegno verso l’Articolo 5 è incrollabile. Lavoriamo con i nostri alleati NATO – compresi quelli nordici e baltici – per rafforzare ulteriormente i fianchi settentrionale e occidentale dell’Alleanza, anche attraverso investimenti senza precedenti del Canada in radar oltre l’orizzonte, sottomarini, velivoli e presenza sul terreno. Il Canada si oppone con forza ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere obiettivi condivisi di sicurezza e prosperità nell’Artico.
Sul commercio plurilaterale sosteniamo la creazione di un ponte tra il Partenariato Trans-Pacifico e l’Unione europea, dando vita a un nuovo blocco commerciale di 1,5 miliardi di persone.
Sui minerali critici stiamo formando “club di acquirenti” ancorati al G7, per consentire al mondo di ridurre la dipendenza da forniture concentrate.
Sull’intelligenza artificiale cooperiamo con democrazie affini per evitare di essere costretti, in ultima analisi, a scegliere tra egemoni e hyperscaler (i grandi fornitori di servizi cloud).
Questo non è multilateralismo ingenuo. Né è affidarsi a istituzioni indebolite. È costruire coalizioni che funzionano, tema per tema, con partner che condividono un terreno comune sufficiente per agire insieme. In alcuni casi, si tratterà della grande maggioranza delle nazioni. Ed è creare una fitta rete di connessioni tra commercio, investimenti e cultura, su cui potremo fare affidamento per le sfide e le opportunità future.
Le potenze medie devono agire insieme perché, se non sei al tavolo, sei nel menù.
Le grandi potenze possono permettersi di andare da sole. Hanno la dimensione del mercato, la capacità militare e la leva per dettare le condizioni. Le potenze medie no. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra noi per essere i più accomodanti».
.
Ennio Remondino, dalla redazione di

21 Gennaio 2026