L’industria della paura

DI ALFREDO FACCHINI

Alfredo Facchini

 

L’industria della paura

Tutti lo sanno. Tutti hanno visto. Una donna viene uccisa dentro un’auto. Aveva appena accompagnato suo figlio a scuola. L’auto di Renee Good è ferma. Lei parla. Sorride. Dice che non ce l’ha con loro. Con quelli dell’Ice. Prova ad allontanarsi. Tre colpi al volto. Fine.

Subito dopo, arriva la voce del potere distopico

Sempre uguale. Il lessico è pronto. Il Segretario per la Sicurezza Nazionale, Kristi Noem, una squilibrata fascista e il vicepresidente, JD Vance, un fanatico fondamentalista cristiano scelgono la parola più pesante. “Terrorismo interno”. Dicono che lei avrebbe tentato di colpire gli agenti. La parola che precede i fatti. Serve a chiudere il discorso. Le immagini restano. Stanno lì. Bastano. Raccontano altro. Raccontano una distanza enorme tra una donna disarmata e uno Stato armato. Raccontano un’esecuzione che chiede di essere chiamata per nome..

A Minneapolis nessuno finge sorpresa

La città riconosce il meccanismo. Lo ha già visto. George Floyd 25 maggio 2020. Cambiano i nomi, non il copione. Prima si uccide. Poi si blindano le versioni. Poi si invoca l’ordine. Poi si chiede silenzio.

La parola “terrorismo” diventa una coperta sporca

A Gaza come a Caracas. Serve a coprire il resto. Serve a trasformare una vittima in una minaccia. Serve a rendere accettabile l’inaccettabile. Serve a spostare l’asse: dalla responsabilità alla colpa, dalla vittima al bersaglio. Serve a blindare l’operazione, a sottrarla al controllo pubblico. È la stessa logica che porta agenti federali armati a sfilare nei vicoli del Bronx davanti alle telecamere, con la scenografia studiata e il messaggio pronto: lo Stato guarda, colpisce, punisce.

Le strade rispondono

Non per impulso. Per memoria. Le piazze si riempiono, da Minneapolis al resto del paese. Il sindaco rompe la liturgia. Chiama quella versione per quello che è. Spazzatura. Dice che c’è un abuso. Dice che la città non accetta la menzogna come protocollo.

Le cifre degli immigrati negli Stati Uniti – tra gli 11 e i 14 milioni di persone

di cui la maggior parte vive qui da anni – diventano merce di propaganda in un mercato dell’odio. Molti che vengono arrestati non hanno precedenti penali, se non infrazioni minori: il loro “crimine” è sopravvivere. E mentre i sostenitori dell’amministrazione ritraggono il controllo delle frontiere come una questione di sicurezza, l’economia reale sanguina: senza manodopera immigrata crollano settori fondamentali come agricoltura, ristorazione, edilizia e assistenza sanitaria.

Questa è la posta in gioco

Mettere i penultimi contro gli ultimi, farne capri espiatori. È l’epoca in cui una madre viene uccisa, e la risposta ufficiale è un’altra conferenza stampa. È l’epoca in cui la paura diventa intrattenimento politico, e la verità una contrapposizione di narrazioni.
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Ora la domanda non è cosa è accaduto. La domanda è fino a quando?
E c’è una seconda domanda. Di questo passo, questa roba arriverà presto anche da noi?
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Alfredo Facchini
11 Gennaio 2026