DI ALFREDO FACCHINI

“Io sono il limite”

Quando il potere non riconosce più nulla sopra di sé
In un’intervista al New York Times, senza ironia né esitazione, Donald Trump ha detto: “L’unico limite al mio potere è la mia moralità”.
Non la Costituzione. Non il Congresso. Non i trattati internazionali. Solo lui. La sua mente. Non è una provocazione. Non è una gaffe. È una dottrina.
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Un’intera visione del potere è condensata in questa formula brutale. Non è nuova, ma è tornata. È la visione del potere come proprietà personale, non come mandato. Come espressione psicologica, non come funzione regolata. E, soprattutto, come potere che non risponde a nulla, se non a se stesso.
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Questa non è solo un’inquietudine americana. È un campanello globale. Quando un uomo – dal potere smisurato e dalla mente di un sociopatico – afferma che la legge vale solo se lui decide che valga, non sta parlando solo ai suoi elettori. Sta parlando al mondo. Quando il potere smette di vergognarsi. Quando l’arbitrio diventa stile. Quando l’eccezione si fa regola il mondo intero ha un problema. Quanto possiamo arretrare prima di accorgerci di non avere più un argine? La frase “l’unico limite è la mia moralità” non è soltanto narcisismo. È la mappa mentale del potere autoritario, distopico. E ha antenati illustri e tragici. Mussolini, Hitler: il filo nero del potere assoluto.
Ma il vero pericolo non è solo Trump. È ciò che lo rende possibile. È il sistema avariato che tollera, normalizza, accoglie questa visione. Che accetta, per complicità, pigrizia o per paura, che il potere non abbia più un sopra. Ma la cosiddetta democrazia non è costruita sulla presunta “moralità” del leader. È costruita proprio sull’ipotesi opposta: che chi comanda debba essere limitato, vincolato, contraddetto. Anche quando è convinto di essere nel giusto.
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Ecco perché ogni volta che una frase come quella di Trump passa senza conseguenze, il confine si sposta. Un po’ più in là. Un po’ più giù. La domanda non è “cosa farà Trump”. La domanda è: fino a che punto siamo pronti a fingere che che sia folklore, che sia solo “una provocazione”. Il vero allarme: è il sistema che gli consente di dire: io sono il limite, e di restare lì. È l’assuefazione. È l’idea che ogni frase del genere sia “solo un’altra uscita”, un’altra provocazione. Intanto il perimetro si deforma. L’argine si abbassa.
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Ecco perché serve una risposta, non solo politica, ma culturale. Serve chiamare le cose col loro nome. Basta con il galateo, con il moderatismo. E perché ogni volta che un capo dice “la legge sono io”, la storia ci ha mostrato dove si arriva.
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Chi ha orecchie per intendere, intenda.
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Alfredo Facchini
10 Gennaio 2026