DI ALFREDO FACCHINI

“Fuori da Minneapolis, non vi vogliamo qui”


Una donna di trentasette anni, madre di 3 figli, è stata uccisa per strada, a Minneapolis.
Non in una rapina. Non in uno scontro tra bande. In un’operazione federale di “controllo dell’immigrazione”. Il suo nome è Renee Nicole Good. Cittadina statunitense.
È morta colpita a sangue freddo da un agente dell’ICE il 7 gennaio 2026, durante un’operazione ordinata da Washington . I video circolati nelle ore successive e le testimonianze raccolte non lasciano spazio a dubbi.
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È in questo contesto che il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, rompe il linguaggio istituzionale e dice ciò che normalmente non si dice:
“Fuori dai coglioni da questa città. Non vi vogliamo qui.”
Non è uno scivolone verbale. È una frattura politica. Perché Minneapolis non è una città qualsiasi. È la città dove George Floyd fu ucciso sotto il ginocchio di un agente. È la città che ha visto le strade trasformarsi in un laboratorio repressivo e poi in un campo di rivolta. È una città che conosce già il prezzo delle parole “sicurezza” e “ordine”.
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L’ICE – Immigration and Customs Enforcement – entrano nelle città come squadroni della morte legittimati da una retorica che confonde deliberatamente migrazione e minaccia. Non amministra: occupa, rapisce, terrorizza. Uccide. Le operazioni fanno parte della nuova offensiva federale voluta da Donald Trump, che ha rilanciato l’uso di forze speciali anti-immigrazione nelle grandi aree urbane, anche contro il parere delle autorità cittadine.
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Quando lo Stato federale spara, lo fa sempre dopo aver preparato il terreno con il linguaggio. Prima vengono le parole: “emergenza”, “invasione”, “ordine pubblico”. Poi arrivano gli uomini armati. Poi i morti. Renee Nicole Good non è un incidente. È l’effetto di una disciplina politica. Occhio perché con questi chiari di luna, questa robaccia potrebbe arrivare un giorno anche a “casa nostra”.
La frase del sindaco Frey segna una linea. Non salva una vita, ma nega la complicità. E ricorda una verità semplice: quando lo Stato uccide in nome della sicurezza, la sicurezza è già morta.
Quando quell’individuo di Donald Trump tratta il diritto come intralcio oltre confine, autorizza implicitamente il piombo anche nelle strade americane.
Uno Stato che agisce da potenza d’occupazione fuori finisce per occupare anche le proprie città.
Cambiano le giustificazioni, restano i morti. E la paura diventa politica ufficiale.
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Alfredo Facchini
8 Gennaio 2026