Anche a dire “esule” si fa presto

DI MARIO PIAZZA

Mario Piazza

 

Anche a dire “esule” si fa presto

Esilio è una parola suggestiva, fa subito venire in mente un Napoleone distrutto e relegato prima all’Elba e poi a Sant’Elena.
L’esilio è principalmente una pena comminata ma ci sono anche gli esuli volontari, quelli che per sfuggire a una situazione insopportabile sono costretti ad andarsene dalla propria terra.
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In entrambi i casi perchè la parola “esule” abbia un senso compiuto è ineludibile un sentimento d’amore per la propria terra, un legame indissolubile con la propria cultura, con la propria gente, con i paesaggi, con il cibo, con i suoni e con l’aria stessa del luogo che ci ha visti nascere.
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Per questo io ci penserei bene prima di chiamare “esuli” i fuoriusciti sia dal Venezuela che da Cuba, in gran parte persone che prosperavano nei regimi corrotti che hanno preceduto la rivoluzione, latifondisti che affamavano i contadini, speculatori, trafficanti e prosseneti che vedevano la propria terra come un limone da spremere con la benedizione o almeno la tolleranza dei governi in carica.
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Non tutti, certo. Tra chi ha lasciato il Venezuela e Cuba c’è anche tanta gente perbene che è semplicemente andata in cerca di condizioni di vita migliori, ma se chiamiamo “esuli” costoro dovremmo farlo con chiunque cerchi fortuna al di fuori del proprio paese, inclusi quei 6,4 milioni di italiani iscritti all’AIRE sparsi per il mondo.
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Mario Piazza
7 Gennaio 2026