DI ALFREDO FACCHINI

I Siciliani antimafia

Il 5 Gennaio del 1984 a Catania viene freddato con cinque colpi di pistola alla testa, Pippo Fava, giornalista antimafia. La voce più scomoda dell’informazione siciliana.
La vicenda giudiziaria si è conclusa nel 2003, quando l’ultimo processo è arrivato in Cassazione. I giudici hanno condannato il boss Nitto Santapaola e Aldo Ercolano all’ergastolo.
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Pippo Fava, classe 1925, catanese di Palazzolo Acreide, è ricordato come scrittore, giornalista, drammaturgo, saggista e sceneggiatore. Fondatore e animatore, tra l’altro, de I Siciliani, una pagina inconfondibile di giornalismo di inchiesta e di denuncia. Fava rivendicava quella che doveva essere la funzione etica della sua professione: «Ritengo che, in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente in allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo».
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Una delle sue opere più note, come drammaturgo, “La violenza: quinto potere”, era stata portata sullo schermo da Florestano Vancini. Nel 1976 Luigi Zampa aveva tratto un film dal suo romanzo “Gente di rispetto”.
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Nel dicembre del 1983 Fava siede sulla poltrona di fronte a Enzo Biagi in quella che risulterà poi essere la sua ultima intervista.
«Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione».
In un’epoca segnata dal buio della corruzione e dall’ombra soffocante della mafia, Fava scelse di non abbassare mai lo sguardo.
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Oggi, a distanza di decenni, resta il confronto impietoso. Da una parte un giornalismo disposto a pagare il prezzo massimo pur di non mentire. Dall’altra una categoria spesso ridotta a ufficio stampa del potere, popolata di leccapiedi, cortigiani da talk show, penne in affitto che scambiano l’accesso ai salotti per libertà d’informazione. Non servono eroi, basterebbero cronisti disposti a perdere qualcosa: una posizione, un invito, una carriera comoda. Fava non è un monumento da commemorare una volta l’anno. È un metro di misura. E a guardare bene, oggi, quel metro segna un vuoto.
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Fava faceva paura perché chiamava le cose con il loro nome. Il giornalismo italiota di oggi, salvo rare eccezioni, fa l’opposto: addomestica, omette, abbassa la testa. E poi ci si chiede perché nessuno lo rispetta più.
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Alfredo Facchini
5 Gennaio 2026