DI ALFREDO FACCHINI

Hamas, storia di un nemico necessario

L’occupazione rimossa, la guerra eterna
Indipendentemente da come la si pensi su Hamas, c’è un punto che precede ogni giudizio: Hamas è un soggetto storico reale, collocato in un conflitto asimmetrico che dura da decenni. Non un corpo estraneo piovuto dal cielo, bensì una forma di organizzazione nata dentro una società sotto assedio.
.
Secondo punto. Il marchio di “organizzazione terroristica” viene apposto solo da una minoranza numerica di Stati, concentrata nel blocco euro-atlantico a sostegno dell’ideologia sionista. Non è stato un tribunale internazionale a stabilirlo. Gli Stati Uniti hanno marchiato a fuoco Hamas nel 1997, mentre l’UE nel dicembre del 2001.
.
Dall’altra parte del mondo, quella stessa etichetta viene respinta. Hamas viene letta come un prodotto della storia palestinese: della sconfitta del nazionalismo laico, del fallimento degli accordi di Oslo, dell’occupazione permanente. A differenza di gruppi come Al-Qaeda o l’ISIS, designati come terroristici dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Hamas non ha mai ricevuto questa classificazione. Per l’ONU, Hamas è tecnicamente un “attore politico e militare” che governa la Striscia di Gaza, parte di un movimento di liberazione nazionale contro l’occupazione.
.
Il 25 gennaio 2006 le urne per il Consiglio Legislativo Palestinese restituirono un esito netto, privo di ambiguità. La lista Cambiamento e Riforma portò Hamas a una vittoria piena: 74 seggi su 132, abbastanza per governare senza alleati. Fatah si fermò a 45 seggi, segnando una sconfitta che aveva il peso di una resa dei conti interna al campo palestinese.
L’affluenza, alta e difficilmente contestabile, raggiunse il 74,6%. Un dato che racconta partecipazione, aspettative, fiducia nel voto.
.
Tiriamo giù un paio di numeri. Su 193 Stati membri delle Nazioni Unite, la stragrande maggioranza – oltre 150 Paesi – non ha inserito Hamas in una lista nera. Stati come la Turchia, il Qatar, la Russia e la Cina intrattengono regolari rapporti politici o diplomatici con i leader di Hamas.
.
C’è poi un’altra questione, che chiama in causa la coerenza, non l’ideologia. Se Hamas è terrorismo puro, criminale, fuori da ogni cornice politica, per quale motivo ci si tratta? Perché esistono tavoli negoziali, mediazioni ufficiali e ufficiose? Perché si negoziano tregue, scambi di prigionieri, cessate il fuoco, passaggi umanitari? Con i terroristi, per definizione, non si negozia. Li si combatte. Punto.
.
Il paradosso raggiunge il suo picco sotto questa amministrazione Trump. Mentre la retorica pubblica resta inchiodata alla parola “terrorismo”, nei fatti Hamas viene riconosciuta come interlocutore funzionale alla gestione di Gaza. A tal punto che le viene attribuito un compito che dice tutto: mantenere l’ordine interno. Polizia. Controllo sociale. Contenimento di altri gruppi armati. Il lavoro sporco della stabilità.
,
Non è questione di assolvere o meno Hamas. È questione di smettere di mentire su ciò che è. Ogni conflitto narrato come una fiaba etica – da un lato i giusti, dall’altro creature disumane – non chiarisce nulla. Ogni storia di liberazione dall’occupante, quando viene privata delle sue cause materiali e ridotta a patologia morale, viene condannata due volte: prima nella comprensione, poi nella possibilità di una soluzione reale. Chi cancella l’occupazione, la rimuove anche dal futuro. E resta soltanto la guerra perpetua.
.
Alfredo Facchini
29 Dicembre 2025