Difficile fine guerra e nascosta ricostruzione

DI PIERO ORTECA

REDAZIONE

 

Dalla redazione di REMOCONTRO –

Difficile fine guerra e nascosta ricostruzione

Trump sente Putin e riceve Zelensky, ‘un accordo potrebbe arrivare in un paio di settimane’. ‘Il Donbass irrisolto, ma nella giusta direzione’. A gennaio nuovo round con gli europei. «Restano comunque, uno o due temi spinosi». Fra questi il Donbass. Altro nodo da sciogliere oltre ai territori è una possibile tregua: «Ci stiamo lavorando, capisco Vladimir Putin su questo punto», ha osservato Trump. Altro tema ancora irrisolto è quello della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Insomma, tutti i problemi irrisolti ieri che restano tali. Trump finale: «O la guerra finirà o andrà avanti per molto tempo».

Gattopardi senza poesia

Nelle trattative per arrivare a una tormentata pace in Ucraina, sembra che si stia seguendo un copione uscito dal Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: fare finta di cambiare, perché tutto resti come prima. Non è solo un sospetto, ma la logica deduzione di un indegno balletto diplomatico, giocato sulla pelle di milioni di soldati, che si stanno scannando nelle campagne del Donbass. Dove piccole città e villaggi sono ormai ridotti a cumuli di macerie fumanti. Dunque, si muore, nella civilissima Europa del Terzo millennio, a un ritmo da Prima guerra mondiale. Il Dniepr come la Marna, la Somme e l’Isonzo, con le acque rese rosse dalla mattanza. Ma perché, e nonostante tutta la trionfale narrativa occidentale, ancora non si riesce a chiudere una guerra che sta impoverendo tutti?

Il detto e il non detto

Dunque, a parte le solite patriottiche elucubrazioni (che viste da vicino convincono sempre meno), la narrativa corrente, andando al sodo, parla sostanzialmente di tre ostacoli principali per raggiungere un’intesa: la cessione dei territori (forma e misura), le garanzie di sicurezza (come blindare militarmente l’Ucraina post-accordo) e la gestione delle infrastrutture energetiche esistenti. A cominciare dalla centrale atomica di Zaporizhzhia. Ma questa è solo ciò che si può vedere sulla superficie di un mare sempre più tempestoso. Sotto le onde agitate della retorica nazionalistica (e ideologica) su celano infatti interessi, paure, ma anche appetiti inconfessabili. Tutti legati al fatto che la sciagurata guerra sta rappresentando una gigantesca lotteria, per l’arricchimento di una classe di imprenditori ‘trasversale’. Perché, per le guerre si paga due volte: quando si distrugge e dopo, nel momento in cui si è obbligati a ricostruire. E a riassegnare diritti privilegiati in campo commerciale o di prelazione per lo sfruttamento di risorse naturali. Insomma, tra il detto e il non detto, stiamo parlando di soldi. Visto così, il dipanarsi caotico della crisi ucraina ha un senso: per esempio, gli interessi in gioco sono divergenti e il blocco occidentale appare frantumato. Sabato Zelensky, che ormai si ‘consulta’ con Bruxelles (e Londra) anche sulla marca dei biscotti per fare colazione, ha avuto un ‘briefing’ in videoconferenza con diversi leader europei. Ha preso gli ultimi ‘suggerimenti’ (diciamo così) prima di partire per l’America, dove ieri ha avuto l’ennesimo faccia a faccia con Trump. I ‘Volenterosi’ gli hanno spiegato quello che può dire e quello che non può fare. E lui ha ribadito che li  sentirà tutti di nuovo oggi, dopo il suo incontro in Florida, per ragguagliarli sui (veri) contenuti del suo briefing con Trump. A questo punto viene quasi voglia di pensare che Macron Merz e Starner si fidino più di Zelensky che del Presidente degli Stati Uniti.

Trump vuole che paghi l’Europa

Gratta gratta, dalle dichiarazioni del Presidente ucraino, invece, si evince ciò che abbiamo sempre sospettato: ora la partita grossa si gioca sulla ricostruzione e sul gigantesco business ad essa collegato. Zelensky (pare per la prima volta) si è fatto sfuggire un riferimento preciso agli «800 miliardi di dollari» necessari. Calcolo strettino. Perché, se la strategia di Trump dovesse funzionare (cioè quella di scaricare sul groppone dell’Europa e dei suoi contribuenti il costo dell’operazione) allora probabilmente una partnership di Kiev o un suo vero e proprio ingresso nell’Unione richiederebbe somme trilionarie. Non a caso pure i russi, oltre agli americani, sono favorevoli all’ingresso dell’Ucraina nell’UE. Certo, resta il nodo dei contratti e della spartizione degli appalti. Oltre che dello sfruttamento delle immense risorse minerarie e anche agricole. Insomma, al solito, bisogna stabilire chi paga e, poi, vedere chi è più bravo a guadagnarci sopra. Naturalmente, inutile dirlo, più dura la guerra, maggiori sono le distruzioni, più costerà la ricostruzione e altrettanto smisurato sarà l’ingrasso dei gruppi finanziari e industriali occidentali che, come avvoltoi, piomberanno sui campi che hanno visto morire oltre 1 milione di essere umani. Messa così non c’è proprio né da suonare inni e manco da srotolare bandiere. Intanto, ieri Zelensky e Trump hanno definito la bozza di accordo per il cessate il fuoco. Questo sulla carta. Infatti, sebbene le parti dicano che c’è un’intesa di massima (di tutti) al 90%, sono invece i formidabili ostacoli rappresentati dal restante 10% dei nodi irrisolti a lasciare assai scettici gli analisti. Ma la storia non è così semplice da raccontare e, soprattutto, non è quella che sembra percepirsi attraverso molti media.

Clausole irrealistiche per la pace

L’Ucraina, in realtà, sta diventando un campo neutro insanguinato, sulla cui pelle si giocano battaglie politiche epocali, perché il mondo sta cambiando velocemente. E se ne sono accorti tutti meno l’Europa. La sfera di interesse geopolitico cruciale ora si trova nell’Indo-Pacifico, dove Washington deve confrontarsi con la straripante crescita del potere cinese.  È questo il punto: la pace tra Kiev e Mosca non si fa se qualcuno pensa che la guerra, in questo momento, gli sia più utile. Per esempio, il Wall Street Journal cita Zelensky, prima del suo viaggio negli Stati Uniti, che dichiara: “Il piano in 20 punti su cui abbiamo lavorato è pronto al 90%. Il nostro compito è assicurarci che tutto sia pronto al 100%.  Non è facile, nessuno dice che sarà pronto al 100% subito, ma nonostante ciò, dobbiamo avvicinarci al risultato desiderato con ogni incontro, ogni conversazione”. Tradotto, significa che lui intuisce benissimo che la controproposta in 20 punti, così com’è stata elaborata, non sarà mai accettata da Putin. E il motivo lo spiega lo stesso Journal: “Non è chiaro se la Russia accetterà l’accordo così come negoziato tra Kiev e Washington. Uno degli obiettivi principali dell’Ucraina e dei suoi alleati europei è convincere Trump che il Presidente russo Vladimir Putin, e non Zelensky, rappresenti il ​​vero ostacolo alla pace. Kiev si è opposta alla cessione del territorio ucraino a Donetsk, citando le restrizioni previste dalla sua Costituzione. Gli Stati Uniti propongono una ‘zona economica libera’, smilitarizzata, nell’area. Zelensky ha affermato di essere pronto a prendere in considerazione l’idea se anche la Russia ritirerà le sue forze dalle aree della regione di Donetsk sotto il suo controllo”. Ipotesi chiaramente irrealistica, perché Putin dovrebbe abbandonare i territori conquistati e neutralizzarli, dopo aver perso 1 milione di soldati.

L’UE e i calcoli sbagliati

Una proposta che però, fatta quattro anni fa, avrebbe tenuto l’esercito russo ben più a distanza, concesso l’autonomia al Donbass (e non l’annessione a Mosca) ed evitato sofferenze inenarrabili a tutto il popolo ucraino. Ma qualcuno (primi i britannici, seguiti dai francesi e poi da Biden) si oppose a trattative di pace e a qualsiasi concessione alla Russia perché, secondo loro, Zelensky con l’aiuto dell’Occidente, prima avrebbe resistito e poi sarebbe riuscito a vincere la guerra. Che doveva essere tenuta aperta il più a lungo possibile, per logorare Putin e per puntare all’implosione del suo regime, che poi sarebbe stato “democratizzato”.

“Questa era, e per qualcuno (specie a Bruxelles) ancora rimane, la ‘road map’ con cui trattare la questione. Il problema vero è che i leader dell’Europa sono in piena crisi di ‘dissonanza cognitiva’. Discutono, osservano il mondo e prendono decisioni chiusi in una bolla di vetro, perdendo la misura del tempo che passa. E della storia. Le ricette che propongono sono neocolonialistiche, pensate da chi è stato sempre abituato a impartire direttive al resto dell’umanità. Quando l’Occidente difende l’ordine internazionale costituito (che non è più quello uscito dalla Seconda guerra mondiale) in effetti spesso finisce per difendere prima di tutto i suoi interessi. Cioè, il privilegio di chi si divide la fetta più grande di ricchezza del pianeta.”

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Piero Orteca, dalla redazione di

29 Dicembre 2025