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DI ALFREDO FACCHINI

L’illusione Mamdani? Tra idolatria e disillusione

Nessuno, credo, scorge in Mamdani un Malcolm X redivivo. Come nessuno intravede nella Cunningham d’Irlanda una Luxemburg risorta, o in Mélenchon un Che Guevara novello. Si dirà: è il pane che offre il convento. È lampante: Mamdani si agita entro le sbarre del sistema, dopotutto, è il sindaco di New York. Ma la via che ha scalato, dal basso, non può essere liquidata come una trovata modaiola targata Netflix.
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Nel ventre del capitalismo, oggi, non ci sono scorciatoie: solo fenditure da sfondare, con ogni mezzo a disposizione. E quelli che storcono il naso invocando la sacrosanta lotta di classe, mi domando dove diavolo fossero mentre una generazione intera finiva dietro le sbarre, o cadeva sotto il piombo della polizia e dei fascisti. Qualcuno, forse, c’era. Ma dovrebbe farsi due conti, visti i tempi di melma che corrono.
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Com’è che funziona? È giusto, è buono, è vero solo ciò che ci somiglia di più? Tutto il resto incrina lo specchio. Mi ricordano quelli che vorrebbero una Resistenza a Gaza a loro immagine e somiglianza. Tagliata su misura. Senza troppo Islam.
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Mamdani potrebbe rivelarsi un bluff, un fuoco di paglia, un altro Obama. Può darsi. Ma ricordiamolo: l’inquilino della Casa Bianca era un liberal, incarnazione di un progressismo di facciata. Mamdani, almeno sulla carta, si proclama socialista. Anti-establishment. Più tasse ai ricchi? Asili e bus gratis? Interventi sul caro affitti? Sarà vero? Vedremo se riuscirà a sabotarlo, quel sistema, muovendosi dentro le sue stesse regole. Vedremo se saprà minarlo quel mostro a tre teste. Complicato, dannatamente complicato.
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Il guaio non è Mamdani. Il guaio è che tutti, incluso chi scrive, siamo schiavi del consumismo politico. Senza cornici ideologiche nitide, ci serve un volto da proiettare per condividerlo o per distruggerlo. E allora Mamdani diventa subito o il “nuovo che avanza” o “un altro Obama”. Peccato che giuri da sindaco a gennaio 2026. E chi oggi lo liquida subito come prodotto mediatico, chi vede in ogni movimento un “format”, non fa che confermare la sconfitta culturale della sinistra. Non quella dei numeri, ma quella delle categorie. Ci siamo consegnati alla psicologia del tifo, alla fede o all’abiura nei personaggi.
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Ci accontentiamo di recitare la nostra parte: quella del disilluso che smonta tutto, convinto di aver smascherato l’ennesimo impostore. O, all’opposto, quella dell’idolatra che ha bisogno di un profeta ogni stagione, pronto a difenderlo a oltranza, anche quando il copione è già logoro.
E allora? Ricerchiamo un equilibrio. Tra il cinismo e la fede cieca. Forse basterebbe solo tornare a leggere il presente per quello che è, cogliere i sussulti, aggiornare le categorie, rinnovare le lenti, smettere di giudicare con griglie che non spiegano più abbastanza. Perché la storia, quando smettiamo di guardarla negli occhi, non si ferma: ci passa sopra.
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Alfredo Facchini
07 Novembre 2025