DA REDAZIONE

GIULIO CAVALLI dal giornale LA NOTIZIA –
Trump alza i dazi: scure su farmaci, camion e mobili. Colpiti settori strategici del Made in Italy
Dal 1° ottobre i dazi di Trump colpiscono farmaci, mobili e camion. L’Europa resta spettatrice. L’Italia rischia un conto salatissimo

L’eccezione promessa ai produttori farmaceutici che “stanno costruendo” stabilimenti negli Stati Uniti conferma la logica punitiva e ricattatoria. Non è un mistero che l’industria europea, per bocca della federazione Trump alza i dazi: la scure su farmaci, camion e mobili, parli di scenario “peggiore”: aumento dei costi, catene del valore frammentate, rischio sull’accesso ai medicinali e freno alla ricerca. La Casa Bianca giustifica la scelta richiamando la Section 232 sulla “sicurezza nazionale”, lo stesso strumento con cui erano stati giustificati i dazi sull’acciaio. È un meccanismo che consente al presidente di bypassare il Congresso. Il risultato è una politica commerciale che usa l’emergenza come grimaldello permanente.
L’Europa del 15% e il paradosso della resa
La tempistica non è casuale. L’annuncio arriva a poche ore dall’entrata in vigore dell’accordo Usa-Ue che fissava al 15% la gran parte dei dazi americani sulle merci europee. Un compromesso fragile che Bruxelles aveva venduto come successo diplomatico, pur lasciando acciaio e alluminio inchiodati al 50%. Ora, con la nuova stretta settoriale, quel 15% appare un guscio vuoto. La Commissione prova a salvare il salvabile parlando di “corridoi tariffari da difendere”, ma i fatti dicono che Washington può colpire a piacimento. Bruxelles si limita a promesse di “misure di riequilibrio” che raramente diventano realtà.
Per l’Italia i rischi sono immediati. Le esportazioni di cucine e imbottiti, settori trainanti del made in Italy, si troveranno a fronteggiare dazi del 50% e del 30%: una tassa mascherata che riduce la competitività proprio in un mercato, quello statunitense, che è il primo extra-UE per molti distretti. Sui farmaci pesa la minaccia del 100%, con conseguenze per gruppi multinazionali che hanno stabilimenti e centri di ricerca in Europa. Anche la filiera dei camion, in cui l’Italia ha una posizione rilevante con Iveco, rischia ricadute indirette.
Politica cieca e consenso a comando
Negli Stati Uniti i democratici denunciano l’ennesimo regalo all’inflazione e ai monopoli interni. Ron Wyden, presidente dem della commissione Finanze del Senato, ricorda che i dazi «sono una tassa nascosta sui consumatori». I repubblicani sostengono Trump quasi in blocco, pur con imbarazzi: il senatore John Kennedy ha ammesso che i mercati hanno reagito male, ma ha comunque difeso l’obiettivo di riportare la produzione “on shore”. I mercati, intanto, hanno segnato ribassi e la Federal Reserve dovrà misurarsi con l’ennesima fiammata di inflazione dei beni, mentre gli investimenti restano sospesi nell’incertezza.
Dal lato europeo, le reazioni sono di facciata. Bruxelles promette tavoli di dialogo e contromisure, ma in realtà cerca soltanto di non far deragliare il fragile accordo firmato a fine agosto. Anche partner tradizionali degli Stati Uniti, come l’Australia, hanno definito i dazi «non l’atto di un amico». L’Unione, che per anni ha rivendicato il ruolo di “capitano globale” del libero commercio, appare oggi come spettatrice disarmata.
E in Italia? Giorgia Meloni continua a presentarsi come partner privilegiata di Trump, anche di fronte a mosse che colpiscono direttamente i settori chiave dell’economia nazionale. Nessuna critica, nessuna presa di distanza, soltanto l’allineamento al nuovo ordine imposto da Washington. L’immagine è quella di un Paese che applaude mentre vede erosi i propri margini commerciali.
L’esito: i cittadini pagano due volte
I cittadini finiscono per pagare due volte: con i rincari delle merci importate e con l’impotenza delle istituzioni che dovrebbero difendere i loro interessi. Trump usa la leva dei dazi per rafforzare il consenso interno, l’Europa balbetta e l’Italia si accoda. Il risultato è un’asimmetria crescente, in cui le promesse di cooperazione transatlantica si trasformano in monologhi unilaterali.
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