DI ALFREDO FACCHINI

Obbedisco!

C’era una volta una studentessa cresciuta nei corridoi del Fronte della Gioventù. A 19 anni – con la croce celtica al collo – dichiarava che Mussolini era “un buon politico”. Non un lapsus: una confessione generazionale.
Poi la metamorfosi
Da mascotte della destra post-fascista a capo del governo. Il passato? Archiviato a colpi di maquillage. “Mai simpatizzato per i regimi antidemocratici, fascismo compreso”, ha detto in Parlamento. Applausi. Ma il revisionismo personale non cancella foto, frasi, appartenenze. Il rimosso resta. E riaffiora.
Il presente è un paradosso
A Bruxelles veste i panni della leader affidabile. In Italia governa con gli occhi fuori dalle orbite. E le libertà si restringono, goccia dopo goccia.
La sua cifra è la retorica da supermercato. Il tratto più corrosivo è la recita della vittima sacrificale. Lei è al potere, ma recita la parte della perseguitata. Il mito è questo: la ragazza che viene dal basso, che si batte contro i giganti, i poteri forti. La realtà è più prosaica: una destra post-fascista che ha imparato a indossare il tailleur. C’è un filo che lega la giovane militante del Fronte della Gioventù alla presidente del Consiglio.
È la psicologia della subordinazione. Giorgia Meloni ha sempre avuto bisogno di un padrone
Prima Almirante. Il patriarca fucilatore di partigiani nelle brigate nere che dava senso a una comunità dispersa. Quando è morto era adolescente, ma si era già formata nel culto del capo.
Poi Berlusconi. L’uomo che la teneva nel recinto del centrodestra, e che lei chiamava “il presidente”. Una figura ingombrante, amata e odiata. Si nutriva della sua ombra, ne traeva protezione.
Senza quell’ombrello non sarebbe sopravvissuta al limbo della destra italiana.
Ora Trump. Il padrone a stelle e strisce
A lui guarda con ammirazione cieca. È un modello psicologico: il capo-padrone. Meloni si accoda, fedele scodinzolina dell’America distopica.
La sua carriera è una lunga serie di fedeltà
Non guida, esegue. Ma lo fa con astuzia: obbedisce in alto, comanda in basso. Da studentessa fascista a premier della Repubblica, Meloni non ha mai davvero camminato da sola.
Ecco il punto: non è lei la guida. Non lo è mai stata. L’Italia, dal dopoguerra, è stata una colonia americana. Una portaerei nel Mediterraneo. Ma con lei non c’è più neanche il tentativo di dissimulare, nessuna finzione di autonomia.
Lei obbedisce. Punto
Quello che Washington decide – Ucraina, Israele, dazi – lei firma. Il paradosso è feroce. La premier che si proclama patriota assoluta è quella che più di tutti ha consegnato le chiavi del Paese ad una canaglia d’oltreoceano.
Altro che sovranità: l’Italia di Meloni è un protettorato con la bandiera tricolore come tappezzeria.
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Alfredo Facchini
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photo by Eman Rus