Martedì ricorreranno i quarant’anni dall’assassinio di Giancarlo Siani

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SANDRO RUOTOLO dalla sua pagina FACEBOOK –

Martedì ricorreranno i quarant’anni dall’assassinio di Giancarlo Siani

il cronista del Mattino ucciso la sera del 23 settembre 1985 sotto casa sua, a Napoli.
Lo ricorderemo anche a Bruxelles, in un momento di riflessione sul giornalismo di oggi, sui giornalisti uccisi o minacciati di morte “in tempo di pace” e su quelli assassinati “in tempo di guerra”. Giancarlo Siani, come Daphne Caruana Galizia e come tanti altri, ci ricorda che perfino in Europa – culla dello Stato di diritto – si può morire per il mestiere di giornalista.

Ma c’è anche la guerra

A Gaza si sta consumando la più grande strage di giornalisti della storia: 248 reporter assassinati, oltre 500 feriti, più di 800 familiari uccisi dai raid israeliani. E fuori Gaza, l’esercito israeliano, in un attacco armato a Sana’a ha fatto 35 vittime, di cui 31 giornalisti, e 131 feriti. Un massacro che colpisce non solo le persone ma l’informazione stessa: quando si uccide un giornalista, si spegne una voce, si tenta di spegnere la verità.

Ma l’informazione muore anche quando le democrazie scelgono di silenziarla

È quello che vediamo negli Stati Uniti con Donald Trump, che chiude spazi televisivi e arriva a bollare come “terroristi” gli antifascisti. È lo stesso volto autoritario che ritroviamo in Netanyahu e in Viktor Orban nelle cosiddette democrazie illiberali.

Anche nella nostra Europa, nel nostro Paese la libertà di informazione è sotto attacco

Il fascismo del terzo millennio non porta più il volto di Mussolini e di Hitler, ma quello di chi oggi, dentro e fuori l’Europa, attacca la libertà di stampa e il diritto dei cittadini a essere informati.
Difendere i giornalisti significa difendere la democrazia.
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22 Settembre 2025