DI ALFREDO FACCHINI

Gaza può morire, la piazza israeliana vuole solo gli ostaggi

La Repubblica, un paio di giorni fa, sorprendentemente ha dato voce a Nathan Thrall, scrittore ebreo-americano, 45 anni, premio Pulitzer 2024 per “Un giorno nella vita di Abed Salama”. Da Gerusalemme, dove vive e osserva senza filtri, Thrall racconta la brutalità quotidiana dello Stato israeliano. Le sue parole fanno a pezzi le illusioni – o meglio le ipocrisie – che l’Occidente continua a coltivare sulle piazze israeliane e sulle vere mire del governo Netanyahu. «L’obiettivo ultimo di Israele è spostare i palestinesi dalla Striscia. Netanyahu e i suoi ministri lo hanno detto, e a marzo il Gabinetto di sicurezza ha approvato un piano ad hoc. La chiamano emigrazione volontaria, in realtà è pulizia etnica. È già in corso».
Thrall avverte
Per i palestinesi sarà una catastrofe. Sul ruolo dell’Occidente: «Dipende da Europa e Stati Uniti, ma non pare che faranno qualcosa. L’Italia, per esempio, nell’Ue si è opposta a ogni possibile mossa contro Israele e ha dichiarato che non eseguirà il mandato di arresto su Netanyahu. Risultato: Israele non teme alcun prezzo».
Sulle proteste di Tel Aviv è glaciale
«Gli israeliani non si stanno ribellando alle uccisioni dei civili a Gaza. C’è una minoranza che manifesta per fermare le sofferenze dei gazawi, ma la maggioranza ha una sola richiesta: il rilascio degli ostaggi. Il centrosinistra e persino i leader dell’opposizione dicono al governo: “fate l’accordo, salvate gli ostaggi, poi potrete distruggere Hamas”».
Quanto alla mancanza di empatia verso i palestinesi, Thrall non ha dubbi: «Per decenni gli israeliani hanno disumanizzato i palestinesi. È un tratto comune di chi commette crimini contro l’umanità: percepirsi come vittime mentre si opprime».
Il genocidio, per lui, è un fatto
«Ho iniziato a chiamarlo così quando è diventato inconfutabile che Israele cerca di distruggere non solo Hamas ma tutta la Striscia».
Nemmeno i sionisti liberali si salvano: «Sbagliano quando raccontano che la maledizione di Israele inizi nel 1967. Lo Stato è nato da una pulizia etnica, e nei primi 18 anni la minoranza palestinese sopravvissuta viveva sotto regime militare, coprifuoco e restrizioni. Non era una democrazia».
E non vede leader capaci di invertire la rotta: «La scorsa estate la Knesset ha approvato a maggioranza una mozione contro lo Stato palestinese, votata anche dall’opposizione. Herzog, ex laburista, ha definito le colonie “un’impresa gloriosa e vitale”. Due anni e mezzo fa governavano i centristi Lapide e Bennet, e hanno costruito più insediamenti dei loro predecessori. La convinzione europea che il problema sia solo la destra israeliana è una bugia utile per non applicare sanzioni e continuare a sostenere il genocidio».
Il quadro è netto:
Israele procede, Trump – il garante – applaude, l’Europa complice chiude gli occhi, e le piazze di Tel Aviv non chiedono la fine del genocidio, ma solo il rilascio degli ostaggi. È la fotografia di un Paese che vive immerso nell’apartheid e di un mondo – compreso quello arabo – al guinzaglio degli Stati Uniti.
O si sta con la resistenza palestinese, con il diritto sacrosanto di un popolo a sopravvivere, o si è complici della pulizia etnica in corso.
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Alfredo Facchini