DI PIERO ORTECA

Da REMOCONTRO –
Ennesima dichiarazione a sorpresa di Trump sull’incontro di venerdì con Putin: «La Russia ha occupato una grande porzione dell’Ucraina. Un territorio di primaria importanza. Cercheremo di far restituire una parte di quel territorio all’Ucraina», ha dichiarato in una conferenza stampa. Ma tratta lui anche sul territorio

Trump avverte l’Europa
Secondo la BBC, Trump ha affermato che i colloqui in Alaska sarebbero stati ‘un incontro di esplorazione, per sollecitare Putin a porre fine alla guerra’ e che ci sarebbero stati ‘alcuni scambi e cambiamenti di territorio’. È proprio in risposta alle prime dure reazioni degli alleati europei, che sono state soft nella forma ma feroci nella sostanza, Trump ha cercato di indorare la pillola. Ha garantito che aggiornerà i leader alleati se Putin proporrà un accordo equo, dopo avere informato anche il Presidente Zelensky ‘per rispetto’. «Lo chiamerò prima… lo chiamerò dopo e potrei dirgli buona fortuna, continua a lottare, oppure potrei dirgli possiamo trovare un accordo». Una frase decisamente allusiva, che suona come una minaccia di sguincio. Trump ha anche voluto ricordare che, sebbene lui e Zelensky vadano d’accordo, «è invece in forte disaccordo con ciò che ha fatto». Il Presidente Usa si riferisce – secondo l’analisi della BBC – alle accuse da lui avanzate in passato a Zelensky, ritenuto in qualche modo responsabile della mancata pace, dopo l’invasione su vasta scala del Paese da parte della Russia, nel febbraio 2022.
Le reazioni europee
Comunque, le reazioni su questa sponda dell’Atlantico non si sono fatte aspettare. Il capobastone questa volta lo ha fatto il cancelliere tedesco Merz. Che ha ‘invitato’ Trump a una videoconferenza urgente, per domani, in collegamento con gli altri capi di governo dell’Unione Europea, a cui si aggiungerà il Regno Unito. Il motivo? Cercano tutti di salvare la faccia, ma sanno bene che Trump, col ricatto dei dazi doganali, ha già messo loro le mani al collo. I leader dei Paesi europei non hanno digerito per niente la notizia del prossimo vertice in Alaska. Il fatto che, in linea di principio, sia stato escluso Zelensky, ha seminato il panico nei governi che da anni si svenano per sostenere Kiev. Temono che le due superpotenze, evidentemente impegnate a discutere di interessi più larghi, finiscano per sacrificare le aspirazioni degli ucraini a una ‘pace giusta’. Naturalmente dietro le resistenze (per non dire le ostilità) europee nei confronti del vertice, ci sono anche motivazioni ben più concrete e meno nobili. Per ora, però, a Bruxelles suona forte la sirena d’allarme.
L’assenza di Zelensky
Appresa la ferale notizia del vertice senza Zelensky, i Ministri degli Esteri dell’Unione si sono riuniti di gran corsa. Rilasciando una dichiarazione così sintetizzata: «I leader europei affermano che la Russia rappresenta una minaccia esistenziale per il loro continente e che non dovrebbero essere esclusi dal processo. Questioni come i termini di un cessate il fuoco, ulteriori pressioni sanzionatorie sulla Russia, eventuali scambi territoriali proposti e garanzie di sicurezza per l’Ucraina saranno discusse con il Presidente degli Stati Uniti durante un incontro virtuale». Tutto questo ha origine dalla paura che il Presidente degli Stati Uniti, magari a fronte di trattative più ad ampio spettro, che potrebbero interessare altri scacchieri, sia portato a concessioni giudicate da Bruxelles improponibili. Ma soprattutto inaccettabili da parte del governo ucraino.
La paura tedesca
Come detto, il primo a prendere subito cappello, mettendosi di traverso, è stato il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha appena fatto varare al suo Parlamento, un piano di riarmo e di restyling infrastrutturale da mille miliardi. E senza un bel clima di tensione, diciamo che sarebbero soldi abbondantemente persi. Per cui, Merz ha proposto addirittura di stringere ulteriormente il rubinetto delle sanzioni economiche, provando a incarognire ancora di più il clima di tensione, prima del faccia a faccia in Alaska. Sembra una proposta fatta apposta per gettare ulteriore benzina sul fuoco e non certo per placare gli animi. Anche il cancelliere Merz – scrive il Guardian – ha parlato con Trump domenica sera per sottolineare che preferirebbe che gli Stati Uniti imponessero ulteriori sanzioni economiche a Mosca prima dei colloqui. Ha pure affermato di presumere che Zelensky sarebbe stato coinvolto in eventuali colloqui. Anche se per Mosca sarebbe una concessione tenere colloqui con il presidente ucraino, poiché la sua invasione si basa sul mancato riconoscimento della legittimità del governo.
Europa su Trump contro Putin
In una dichiarazione congiunta – prosegue il giornale britannico – rilasciata dai leader di Francia, Germania, Italia, Polonia, Gran Bretagna, Finlandia e dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, Trump è stato esortato a esercitare maggiore pressione sulla Russia. Il comunicato ha inoltre sottolineato che ‘la strada per l’Ucraina non può essere decisa senza l’Ucraina’. Tra le prese di posizione più evidenti da parte europea, si registrano quelle dei polacchi (particolarmente dure, anzi quasi bellicose) e la dichiarazione della Commissaria estone Kaja Kallas, responsabile della Politica estera dell’Unione. Se dipendesse solo da lei, a dirla onestamente, l’Europa sarebbe in guerra con la Russia già da domani mattina. A cercare di quadrare il cerchio, si sono mossi gli advisor della Casa Bianca. «Sabato – avverte la BBC – la diplomazia degli Stati Uniti con l’Europa e l’Ucraina è passata nelle mani del vicepresidente JD Vance, che ha visitato il Regno Unito e ha incontrato il Ministro degli Esteri David Lammy e due dei principali collaboratori di Zelensky. Ringraziando Vance per i colloqui, Andriy Yermak, capo dell’ufficio di Zelensky, ha sottolineato la necessità di includere l’Ucraina». «Una pace affidabile e duratura – ha sostenuto – è possibile solo con Kiev al tavolo dei negoziati. Un cessate il fuoco è necessario, ma la linea del fronte non è un confine».
Riflessione finale tra Gaza e Ucraina
Tutta la colpevole indolenza, ai confini della immorale complicità, dimostrata finora dagli europei nello sterminio di Gaza, è improvvisamente scomparsa nel caso dei colloqui di pace sull’Ucraina. Il fatto che Trump e Putin possano aver trovato una ‘scorciatoia’, discutibile quanto si vuole, per parlarsi a quattr’occhi (tagliando fuori Zelensky), ha fatto andare in bestia l’establishment di Bruxelles e di molti governi del Vecchio continente. L’Europa teme che, proprio la crisi ucraina, sia il segnale più eclatante di un nuovo scenario geopolitico per lei sconvolgente: i destini del mondo si decidono dall’altro lato del pianeta e la sua secolare politica estera, il suo ruolo di prim’attrice, non conta più niente. Come in tutte le catastrofi (questa potrebbe essere una di quelle) avvenute nella storia della diplomazia, stanno sbagliando tutti. Tempi e modi. E il bandolo della matassa, cioè un’escalation non programmata, può sfuggire di mano in qualsiasi momento.
Sul filo del rasoio
“Ci muoviamo, per chi non l’avesse capito, sul filo di un rasoio, dove in un’epoca di ‘intelligenze artificiali’, e di automatismi che potrebbero sfuggire al controllo di una ‘catena di comando’, rischiamo un patatrac di dimensioni colossali. Per questo i leader che contano, quelli che hanno a cuore il benessere delle loro popolazioni, paradossalmente dovrebbero essere più saggi e meno valorosi. Ha scritto Bertolt Brecht, «sfortunata quella patria, che ha bisogno di eroi».”
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Articolo di Piero Orteca dalla redazione di

12 Agosto 2025