LASCIAMI ANDARE MADRE

DI RINALDO BATTAGLIA

RINALDO BATTAGLIA

 

Il 17 novembre, Helga Schneider compirà la bella età di 85 anni. Credo che sia la massima espressione vivente delle conseguenze umane della parola ‘fanatismo’. Fanatismo ideologico, religioso, politico o quel che volete.

Il fanatismo ideologico, divenuto per molti suoi familiari una religione, le ha infatti condizionato la vita sin da quand’era bambina, anzi soprattutto quand’era bambina.

Helga Schneider dal 1963 vive in Italia ed è un affermata scrittrice. All’età di 3 anni, lei ed il fratellino Peter, di poco più di un anno, mentre in padre era in guerra nella Werhmacht, vennero abbandonati dalla madre, arruolatasi come volontaria nel lager di Ravensbruck, dove poi venne promossa, per meriti, come ‘ausiliaria’ ad Auschwitz. Vennero di fatto raccolti da una zia paterna, molto legata anche lei al nazismo, tanto che alla sconfitta si suiciderà. Ma nel 1942 il padre ritornato in licenza, decise di risposare un’altra donna e di ‘tenersi’ solo il fratellino e lasciare Helga – allora di 4 anni – in un istituto per bambini abbandonati o indesiderati alla periferia est di Berlino. Il maschio ‘valeva’ più della femmina. Un domani sarebbe stato un altro ‘soldato’!
I principi ‘basici’ del nazi-fascismo si vedono anche da questi piccoli (o grandi) dettagli.

Sul finire del ‘44 con l’Armata Rossa in arrivo, un’altra zia (sorella della ‘matrigna’, questa volta) la andò però a recuperare per rifugiarsi assieme, in una vecchia cantina abbandonata, nella zona centrale, verso il bunker in cui era nascosto Hitler. Fu lì che casualmente Goebbels, anch’egli riparato nel bunker, alla ricerca di ‘bambini ariani’ da usare ancora come propaganda quali ‘piccoli ospiti del Fuhrer’ (o forse come futuri ostaggi o ‘merce di scambio’ come faceva Himmler), la scelse assieme a molti altri – tra cui il fratellino Peter – e la portò all’interno del bunker stesso. Lì vivrà gli ultimi mesi prima del suicidio di Hitler e della famiglia di Goebbels, che – prima di morire – uccise col veleno i suoi 6 figli, compagni di giochi di Helga. All’arrivo dei Russi, Helga e Peter vennero salvati e liberati: avevano allora 7 e 5 anni. Saranno recuperati dai nonni paterni e si stabiliranno in Austria. La vita, poi, porterà Helga a vivere da noi, a Bologna, e diventare italiana.

A cambiarle la vita fu però l’anno 1971, a 34 anni, quando cercando notizie sulla madre – cosa più che naturale per un figlio – scoprì che era sopravvissuta alla guerra e che viveva a Vienna. Ma quello che le fece più male non fu il sapere che la madre era stata condannata dal Tribunale di Norimberga a 6 anni di duro carcere, per i crimini da lei commessi ad Auschwitz o che non l’avesse mai cercata. No, fu peggio. A distanza di 25 anni, si sentiva ancora orgogliosa del suo ruolo nei lager e del suo passato nazista, ideale per il quale aveva rinunciato, senza perplessità e senza scrupoli, ai suoi due figli piccoli.
Cose che non fanno nemmeno gli animali.
Addirittura – quando Helga dopo molte ricerche andò a casa sua – la madre le volle mostrare, quasi con vanto, la sua divisa di S.S. tenuta ben curata e lucida, come una medaglia conquistata sul campo. Helga quel giorno se ne andò. Ritornò a trovarla dopo altri 27 anni, nel 1998, quando era caduto il muro di Berlino e quando oramai a tutti erano ben noti i crimini della Shoah, con la possibilità – volendo – anche di visitare i lager in terra di Polonia, per ulteriore verifica o conoscenza. Ma la madre, oramai di oltre 80 anni, non aveva minimamente modificato il suo atteggiamento. Il nazismo e il razzismo si erano impregnati nella sua anima in profondità. La scuola di Hitler, anche dopo 50/60 anni, resisteva forte e con convinzione fanatica.

Del resto, non era stato Mussolini, il ‘padre’ del Fuhrer, a dire che ”quando il fascismo si è impadronito di un’anima, non la lascia più”?

Helga Schneider da molti anni è diventata ‘testimone’, a suo modo, del nazismo e di ‘donna della Shoah’, raccontando la sua vita e la sua tragica esperienza, in maniera molto trasparente ed intellettualmente onesta. Da grande donna. Molti suoi libri lo confermano, tra cui forse il più toccante, per lei, lo è già nel titolo: ‘Lasciami andare, madre’ del 2001.
Di solito i figli quando sono piccoli chiedono di stare sempre vicino alla madre, in particolare nel momento del bisogno. Ora era lei che le chiedeva di essere lasciata, perché voleva che la sua strada non avesse mai niente di comune con quella della madre. Scelta non facile: quella era sua madre.
La Shoah è stato un crimine per tutti, non solo per gli ebrei.
Chi considera la Shoah solo ‘terra’ del popolo ebraico o della comunità ebrea, dovrebbe quanto prima rivedere i propri concetti di vita, di dignità o meglio di ‘valori’ umani. Non esistono confini, nazioni, razze. Esistono solo ‘uomini e donne’ e la loro dignità. Tutto il resto è solo ‘chiacchiere e distintivo’. Nulla di più.

A Terezìn alcune donne, giovani mamme, cedevano alla prostituzione verso ufficiali nazisti o guardie della Ghettowache, contro promessa di non inserire i loro bambini nell’elenco per il prossimo viaggio verso est o, talvolta, solo per un pasto meno scarso per loro figli. Altrove, mature donne tedesche, di Berlino in momenti in cui nella capitale si stava bene e la parola ‘fame’ non aveva ancora la traduzione nella lingua di Hitler, buttavano via i loro figli, anche se avevano magari non ancora imparato a camminare, per potersi dedicare totalmente alla gestione di un lager. Succede anche ai nostri tempi, non nascondiamolo. Non rifiutiamo di analizzare queste situazioni, in qualsiasi angolo del mondo, esse avvengano.

La risposta giusta sta nella differenza tra cultura e propaganda, tra conoscenza ed ignoranza, tra informazione e fanatismo.
novembre 2022 – Rinaldo Battaglia –
liberamente tratto da ‘Non ho visto farfalle a Terezìn’ – ed. AliRibelli – 2021

non ho visto farfalle a Terezin