Carlo Calenda

L’INSOSTENIBILITA’ DI CALENDA

DI GIANCARLO SELMI

Giancarlo Selmi

 

C’è un limite all’arroganza di “Ciccio Bello” Calenda? Se quel limite esiste, non ha dato prova di sé. Non si trova la sua firma sotto nessun atto che abbia modificato le nostre vite, anzi. Ciò che sappiamo di lui è che sia nipote di un regista e che abbia recitato (male) la parte di un personaggio del libro “Cuore” in un film diretto dal nonno.

Sappiamo che è vittima di innamoramenti ciclici: il primo coincidente con l’avvento della sua carriera politica e facilitatore della stessa. Quello per Monti che però non durò moltissimo; fu infatti sostituito dall’innamoramento per Luca Cordero di Montezemolo, un altro dei maggiori esponenti della corrente politica dell’impalpabilità. Innamorato di Confindustria da sempre (dove ha perfino lavorato per un tempo), dei salotti romani comodi, quelli nobili, ai quali ha garantito presenze e consumo di molte tartine al caviale e salmone scozzese.

Eppure, nonostante non sia presente in nessun libro di storia, parla da Churchill. Lo senti parlare, gridare, aggredire chi non è d’accordo con le sue (quasi tutte) ovvietà e ti rendi conto che l’unico innamoramento al quale è rimasto fedele, è quello per sé stesso.

Sa tutto lui, è in possesso della chiave della porta delle felicità (tutte quelle possibili), è l’unico depositario delle verità (tutte quelle possibili). Quando parlano gli altri oppone espressioni fra il disgusto, la forzata condiscendenza e il risolino ironico e dileggiatore. Nel tentativo di nobilitare la sua impalpabile collocazione politica, con il solito tono da professore noioso, si definisce portatore delle istanze del liberalismo sociale ed erede di Rossetti e di Gobetti (si staranno rivoltando nella tomba).

Si è definito “liberalsocialista” più volte. Ultimamente si definisce un “liberalprogressista” e lo ripete in ogni occasione, dando perfino la sua disponibilità a “spiegare cosa vuol dire”. Naturale essere assaliti da risate scomposte ed incontrollabili che, nel mio caso si alternano (quando non si è cattivi, ed io non lo sono, è un sentimento spontaneo) ad un poco di compassione.
Il “nobile” pariolino dovrebbe cominciare a pensare che esiste un mondo, fuori dal portone del suo nobiliare palazzo, di gente che, grazie a Dio, non la pensa come lui ed averne rispetto. Deve convincersi che esiste, legittimamente, un mondo di gente che non ha rapporti con grandi finanzieri, industriali, facilitatori di ogni ordine e grado, o gente con la erre moscia ed almeno due cognomi; o che non nasce in famiglie dotate di patrimoni ingenti. Che quel mondo è maggioranza e che tuttavia esiste una politica che vuole che si facciano gli interessi di quella maggioranza e non gli interessi del mondo “di sopra” che lui, malamente, rappresenta.
Se ne facesse una ragione scendendo, contestualmente, di almeno un paio di piani, perché quell’altezza che si è (da solo) attribuita, non è giustificata. Almeno fino ad ora.
Volevo prendermi una pausa, però, vedendo il calenda, non ho potuto trattenermi.