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MERCANTI DI ARMI E DI UOMINI

DI CLAUDIO KHALED SER

 

Mentre tutta l’attenzione diplomatica è rivolta verso il conflitto russo-ucraino, il Sultano turco Erdogan ne approfitta per espandere la sua influenza militare e politica in Libia.

L’ONU ha strillato più volte che nessuno deve vendere armi alle fazioni libiche, rafforzando le parti in conflitto e destabilizzando ulteriormente il Paese.
Naturalmente nessuno ha preso sul serio l’ONU e le sue decisioni.
TUTTI e riaffermo TUTTI, vendono armi ai libici, c’é chi le vende a Tripoli, chi a Tobruk, chi ai cani sciolti del Fezzan.
Il sultano ha scelto Tripoli.

Il 25 del mese scorso, il Ministro della Difesa turco Hulusi Akar e il premier libico ad interim Abdul Hamid Dbeibah, hanno firmato l’accordo per la compravendita di droni, carri armati e cannoni, in cambio dello sfruttamento petrolifero nelle acque “internazionali” che la Libia ha unilateralmente dichiarato proprie alla faccia di tutte le regole vigenti.

Ma a parte il gas e petrolio, cosa ci guadagna la Turchia?
Bisogna fare un piccolo passo indietro.
A Tobruk, Aguila Saleh e Khaled al-Mishri, importanti attori della farsa libica della Cirenaica e della Tripolitania, hanno siglato un accordo di riconciliazione per giungere in breve tempo alle tanto sognate Elezioni Generali.
Il tutto all’insaputa del povero Dbeibah che continua a ritenersi Premier di Tripoli nonostante il suo mandato sia scaduto da due anni e nessuno glielo abbia rinnovato.
Il Sig. Nessuno Dbeibah, ha bisogno di armi per difendere la sua sedia altamente compromessa e per questo si è rivolto all’usuraio Erdogan che gliele ha vendute a caro prezzo.
Ogni tanto la missione navale europea Irini, nata nel 2020 e guidata dall’ammiraglio italiano Stefano Turchetto, cerca di interrompere questo commercio, ma Ankara continua ad agire indisturbata nel Mediterraneo.
Nel solo 2022 la Turchia ha negato per ben 3 volte il consenso per ispezionare le navi battenti bandiera turca fermate nel Mediterraneo centrale e sospettate di trasportare armi dirette in Libia.

Emblematico a questo proposito è stato il blitz effettuato dalla Digos nel porto di Genova sul cargo turco Bana, all’interno del quale furono rinvenuti carri armati, cannoni e fucili.

Ma per una che prendi, altre cinque sfuggono al controllo.
Naturalmente l’accordo Ankara – Tripoli disturba quei Paesi occidentali che hanno in Libia forti interessi commerciali legati ovviamente al petrolio.
Quindi la Francia aggira l’embargo fornendo armi a Tobruk e la stessa cosa fanno gli inglesi usando navi battenti bandiera egiziana.
Dell’Italia non parlo per carità di Patria, ma vi faccio una domanda: Che ci faceva una nave turca stipata di armi nel porto di Genova?
E veniamo ai “migranti”.
Entrambe le fazioni in lotta, “assumono” stranieri al fine di aumentare il corpo militare.
Uomini del Chad, della Nigeria, del Niger, della Somalia e chiunque altro passi da quelle parti, viene reclutato.
Già, ma gli uomini non viaggiano soli, hanno spesso mogli e figli, materiale umano senza valore, escluso ovviamente quelle donne che vengono assunte per intrattenere i soldati.
Che ne facciamo di loro ?
Semplice, li mettiamo sulle barche e li spediamo in Europa.

Vi siete mai chiesti come mai sulle navi umanitarie l’80% dei migranti recuperati al limite delle acque libiche, siano donne e minori?

Come mai così tanti bambini soli vengono recuperati in mare?
Dove sono i genitori?
Avete la risposta.