Giuseppe Conte

SEMBRA UNA FAVOLA

DI GIANCARLO SELMI

Giancarlo Selmi

 

Una volta, tanto tempo fa, c’erano i poveri ed i ricchi. In mezzo non c’era nulla, solo poveri e ricchi.
I ricchi avevano tutto, i poveri non avevano nulla. Questo fece incazzare i poveri, non perché volessero tutto come i ricchi, ma perché volevano qualcosa, solo qualcosa.
Ma i ricchi neppure quel qualcosa volevano dare e i poveri s’incazzarono sempre più fino a quando: sbang! Fecero la rivoluzione.

Allora successe che i poveri diventarono ricchi ed i ricchi diventarono poveri. Poi alcuni di quelli che erano diventati ricchi, ma erano stati poveri, vollero sempre di più e quindi gli altri diventarono poveri, aggiungendosi ai vecchi ricchi che erano diventati poveri. Quindi, di nuovo: pochi ricchi e molti poveri. Fu allora che i ricchi capirono che dovevano lasciare qualcosa ai poveri, per evitare le rivoluzioni. Non a tutti i poveri ma a qualcuno di loro, e così inventarono la classe media. Inventarono la cinquecento e costruirono le autostrade. Concessero le “ferie” e inventarono Rimini. Fu così che alcuni poveri si sentirono ricchi. E fu così che alcuni poveri cominciarono a disprezzare quelli che erano ancora più poveri. Perché i ricchi avevano capito che i poveri bisognava dividerli.

I ricchi pensarono inoltre che dovevano togliere di mezzo i padroni come unico obiettivo dell’odio dei poveri. Fu così che inventarono nuovi padroni: il capo reparto, il capo ufficio e la Società per Azioni. Non ci furono più rivoluzioni. Ma i ricchi volevano sempre di più, di più, di più. Fu in quel momento che a qualche genio che lavorava per i ricchi, venne in mente una grande idea: la globalizzazione.

E così cominciarono a sparire le classi medie. I poveri sempre più poveri ed i ricchi sempre più ricchi. Quelli che prima stavano in mezzo cominciarono ad estinguersi.

Ma i ricchi, ancora non contenti e sempre più bulimici, volevano di più, sempre di più. Chiamarono un altro genio che lavorava per loro, e il genio disse: “dobbiamo prima di tutto fare credere ai poveri che quello che si spende per loro in sanità, scuole, asili nido ecc. li fa diventare ancora più poveri“. Il genio convinse i ricchi del fatto che fosse necessario avere televisioni e giornali. Più le prime che i secondi, perché i poveri non facevano altro che guardare la televisione. Disse ai ricchi che bisognava portare dalla loro parte i partiti incaricati di fare gli interessi dei poveri. E fu fatto. Vennero comprate tutte le televisioni disponibili, si inventarono personaggi come Renzi, Calenda ed altri. Si inventò il PD.

E così le televisioni cominciarono a dire ai poveri che fossero poveri per colpa loro. “La colpa della povertà dei poveri è degli stessi poveri“, dissero tutti gli invitati alle trasmissioni. E i poveri ci credettero. Dissero le televisioni: “basta con spese inutili. Basta con gli sprechi negli ospedali. Basta con questa scuola sprecona. Bisogna dare soldi alle imprese (ai ricchi), bisogna creare lavoro abbassando gli stipendi (dei poveri)“. I poveri cominciarono a sentirsi in colpa per lavorare pretendendo di essere pagati. “Bisogna togliere le tasse (ai ricchi) per creare ricchezza (per i ricchi)“.

I poveri furono contentissimi del programma che assicurava benessere e prosperità. Non a loro, ovviamente, ma ai ricchi. Però nessuno lo aveva detto e loro non lo seppero mai e votarono i ricchi. Votarono, votarono, votarono. I ricchi utilizzarono i voti per diventare ancora più ricchi e fare diventare i poveri ancora più poveri. Fu in quel momento che il genio disse: “adesso è il momento propizio. Va inventato il neoliberismo“.

E così tutto tornò come all’inizio. Anzi peggio. Come all’inizio senza neppure la voglia della rivoluzione. C’erano i ricchi e c’erano i poveri. In mezzo non c’era più niente. Intorno non c’era più niente. Sopra non c’era più niente. Sotto non c’era più niente. Nella testa dei poveri, di moltissimi poveri, non c’era più niente. Fu allora che i poveri, ormai nella più cupa disperazione, non votarono più.
Però anche i poveri trovarono un genio. Adelante Presidente Giuseppe Conte, diamo a questa storia un lieto fine. Diventi il genio dei poveri.