il presidente Mattarella

LA SANTIFICAZIONE DI MATTARELLA

DI ALBERTO BORGHESANI

REDAZIONE

 

Non mi fanno neanche lontanamente sorridere le battute su Mattarella preoccupato per le consultazioni, disperato per la gravosità del mandato, anelante fughe e poco cordiali addii.

Non per tema di vilipendio, più prosaicamente per predisposizione all’equilibrio, non arrivo a dire che non gliene freghi solennemente una fava. Forse non è così. Forse me lo auguro. Sicuro non è il punto.

Il centro del pensiero è, in confidenza, sottolineare come il suo ultra-settennato mi appaia glaciale, lontano e dis-empatico.
Istituzionalmente mi sono sentito abbandonato durante la pandemia, spaesato e inquieto sotto il governo Draghi e privo di un saldo riferimento autorevole sulla questione bellica.

Non è solo una questione di interpretazione soggettiva del ruolo e non è un esercizio così frusto e nostalgico cercare di immaginare come si sarebbe comportato un Pertini o uno Scalfaro al suo posto, perché anche nel recente passato, Ciampi e Napolitano hanno giocato un attivismo e una presenza imparagonabile all’impalpabilità del Colle oggi.

Lo dico, in un impeto di sincerità, senza livore, nella speranza di non essere il solo a non capire le ragioni umane e politiche della Santificazione di Mattarella, deviazione perversa al rispetto istituzionale dovuto almeno quanto il vilipendio.