barcone con migranti

MIGRANTI: L’URLO E LA VERGOGNA

DI TURI COMITO

TURI COMITO

 

Ieri sera sono andato a vedere il film-documento “L’urlo. Schiavi in cambio di petrolio” di Michelangelo Severgnini.
Che è una specie di samidzat.
I samidzat erano manoscritti o ciclostilati del “dissenso” (politico, religioso, culturale) che circolavano clandestinamente nel blocco sovietico tra gli anni 50 e gli anni 70 e che solo così potevano circolare per aggirare la censura.
Questo film circola più o meno alla stessa maniera.
Poiché la produzione ha deciso di non distribuirlo in nessuna forma (in rete o televisiva o nelle sale) l’autore, gli autori, sono costretti a presentarlo loro con la collaborazione di qualche volenteroso gruppo di attivisti o di qualche associazione culturale sensibile al tema.
Se non è censura sovietica poco ci manca.
E quale è il tema del film così urtante tanto da essere costretto a circolare quasi clandestinamente nella parte più libera del mondo che non ammette censure per principio?
Il trattamento da lager nazisti riservato ai migranti intrappolati in Libia?
No. Quella è ormai cosa notissima tanto da non suscitare che alzate di spalle.
Il racconto di storie estreme di razzismo, di stupri seriali e di massa, di violenze indicibili, di caterve di morti annegati nel canale di Sicilia spolpati dai pesci e dall’acqua salata?
Neppure. Anche queste sono cose note a chiunque.
La guerra tra fazioni sanguinarie seguita ai bombardamenti liberatori contro Gheddafi che hanno ridotto la Libia ad un inferno?
Nemmeno. Lo sappiamo tutti.
Lo schiavismo più feroce praticato sui migranti per tenere in piedi quel che resta dell’economia libica sotto il controllo del cosiddetto governo legittimo di Sarraj e delle milizie che lo sostengono?
La denuncia di accordi tra l’opulento occidente europeo e queste fazioni per il controllo dei migranti attraverso la Gestapo tripolina chiamata eufemisticamente “guardia costiera libica” cui l’Italia (ma non solo) fornisce motovedette?
Gli accordi sottobanco tra petrolieri e assassini libici per acquisire quel 40% di petrolio venduto illegalmente necessario a mantenere opulenta questa parte di mondo a spese di quasi tutto il resto del pianeta?
L’ipocrisia disgustosa dell’Ue che lascia al suo destino la Tunisia che rappresenta l’unica via di fuga per chi ha ancora forze e volontà di sfuggire ai suoi aguzzini?
Il silenzio totale dell’Onu, della UE, dei paesi che esportano democrazia verso chi “urla” che non vuole più venire in Europa ma tornare a casa sua perché perfino il suo paese in guerra è preferibile ai campi di concentramento libici?
A queste ultime domande si può rispondere sì.
Sì, questi sono gli argomenti del film che sono meno noti e che lo hanno costretto a diventare samidzat.
Ma questi sono gli argomenti, non il tema.
Il tema vero è la vergogna.
La vergogna che prova e che soprattutto potrebbe provare qualunque occidentale vedendo quelle immagini e ascoltando quel racconto.
La vergogna di appartenere alla parte più ipocrita e falsa del pianeta. Quella che si vanta di essere depositaria di democrazia e libertà da difendere e da esportare ovunque e che guarda a chi non è occidentale con disprezzo e biasimo (forse perché altrettanto feroce che lei ma non ipocrita). Quella che insegna a tutti come tenere forchetta e coltello a tavola anche e soprattutto a coloro che hanno il piatto vuoto davanti. Quella che scatena guerre in Afghanistan, in Siria, in Iraq, in Libia aprendo le porte dell’inferno e che produce milioni di morti e a cui nessuno applica sanzioni.
Quella che chiude le frontiere col filo spinato e che lancia acqua in inverno sui migranti che rapidamente si trasforma in ghiaccio che spacca le loro carni.
Quella che vuole il blocco navale contro l'”invasione” della nazione italica per respingere le orde di barbari che vogliono violentare le nostre donne e imporci il loro credo religioso.
Ecco, è la vergogna che suscita questo documentario che è il motivo della sua censura.
La paura, da parte di chi gestisce questo baraccone da circo violento e ipocrita chiamato occidente, che alcuni possano vergognarsi di appartenervi, di sostenerlo, di accettarlo e di difenderlo senza nessunissima critica, senza nessunissimo dubbio.
Ma sono, questi qua, cretini tanto quanto i loro compari sovietici. Forse pure più idioti. Perché non sanno o non capiscono che questa censura è perfettamente inutile.
Perché gli opulenti occidentali si censurano da soli.
Come in un riflesso pavloviano appena vengono in contatto con queste cose girano la testa dall’altro lato. O, nel caso di chi manca di qualunque capacità di comprensione del fenomeno migratorio, secondo forme più ingenuamente “solidaristiche” si riempiono la bocca di parole come “accoglienza, solidarietà, integrazione” senza tenere conto che queste parole sono musica per sfruttatori occidentali che per tenere in piedi le loro filiere agricole e industriali hanno bisogno di schiavi nonché per arguti economisti del pensiero unico liberista che ci dicono quanto sia necessario avere manodopera schiavizzata per pagarci le pensioni.
Qui, a questo proposito, trovate una dichiarazione di Craxi del 1992 quando era delegato ONU per il debito dei paesi “sottosviluppati” (debito abnorme che aveva proposto di tagliare). In quelle poche parole di trenta anni fa tutta la consapevolezza – precisa, chirurgica – di un fenomeno epocale che produce dolore e morte per moltissimi e ricchezza per pochissimi e che viene spacciato per “invasione” da parte di certi mediocri sottosviluppati mentali e come “risorsa” da parte di certi altri miserabili che lucrano sulle disgrazie altrui se non le provocano artatamente.
Ecco, il film di Severgnini (che con il più noto deficiente che passa per opinion leader ha in comune solo il cognome) è questo.
Una serie di calci alla pancia morale di chi lo vede.
Un invito a vergognarsi prima ancora che a fare qualcosa. E sarebbe bene così se questo documentario fosse imposto (imposto, sì) alla visione di tutti.
Ma così non è.
Perché quelli che vedono questo samidzat sono già a conoscenza di queste cose. In parte o in tutto.
E si vergognano già da tempo.
È dunque inutile continuare a cercare di informare di fare capire?
No, non del tutto almeno.
Perché i samidzat servivano e servono.
Servono a contarci, a creare nuclei di resistenza, attiva e anche passiva, a sapere che non si è soli e a sperare che quel che è clandestino oggi domani potrebbe non esserlo più.
Per miracolo o per presa di coscienza. Ché, alla fine, di fronte a cambiamenti epocali anche i più volontariamente sordi e ciechi dovranno riaprire orecchi ed occhi.
Grazie alla comunità valdese di Palermo per avere organizzato l’incontro e la proiezione. Al Goethe Institut per averlo ospitato. A Severgnini per quello che ha fatto (a proposito, il film è anche un libro con eguale titolo).