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L’ITALIA DICHIARA GUERRA ALLA GERMANIA – 13 ottobre 1943

DI RINALDO BATTAGLIA

RINALDO BATTAGLIA

 

Se ci sono delle date volutamente dimenticate tra le ragnatele della nostra Storia, quella del 13 ottobre 1943 non vi può mancare.
Ma più importante è un’altra e peggio ancora più dimenticata: il 22 maggio 1939.
Fu in quella data che l’Italia fascista di Mussolini si sposò con la Germania di Hitler, matrimonio peraltro che non prevedeva nessun tipo di divorzio.
Invito in particolare ad analizzare il significato dell’art. 3 (si entra in guerra indipendentemente se attaccati o si attaccano altri paesi) e peggio all’art. 5, che non prevede pace/armistizi o quant’altro senza l’assenso dell’altro ‘coniuge’.
L’odio e la vendetta che vennero poi manifestati verso gli italiani, sia nei massacri dei civili in Italia che nella crudeltà verso i nostri prigionieri nei lager nazisti nascono anche da qui.
Parliamo di 700 forse 800 mila IMI, il 35-40% dell’esercito italiano (lo storico tedesco Gerahrd Schreiber nel 1992 li quantificò in 810.000).
Ma torniamo al 13 ottobre ’43.
L’Italia era già divisa in 3 parti:
– Il Trentino Alto Adige, la provincia di Belluno, il Friuli e Venezia Giulia con tutta l’Istria, Fiume e la Dalmazia erano passati direttamente sotto il Terzo Reich, erano ora Germania
– il Sud Italia era ora il Regno del Sud, ossia la continuità del Regno d’Italia con a capo Vittorio Emanuele e Badoglio
– da Roma al Nord Italia (esclusi le zone ora ‘tedesche’) appartenevano alla Repubblica di Salò che nessuno degli altri Stati mai riconoscerà (se non i paesi gestiti da Hitler).
La dichiarazione di guerra alla Germania richiesta dagli Alleati (gen. Eisenhower) serviva anche per legittimare il Regno del Sud e per contrasto a ‘non legittimare’ la RSI di Mussolini. La guerra infatti venne dichiarata alla Germania, non a quella di Salò.
La dichiarazione ufficiale del 13 ottobre consentiva così di poter inviare inviare al fronte, al fianco degli Alleati, i primi raggruppamenti del Regio Esercito ‘post 8 settembre’ e permettere a quel che rimaneva della nostra Marina ed Aeronautica di battersi per la bandiera italiana, come prima dell’Armistizio.
Quella era l’Italia, non quella ‘illegale’ di Mussolini.
Parliamo complessivamente di almeno 450.000 uomini.
Il Re e Badoglio inizialmente non volevano arrivare a tanto ma ‘nell’Armistizio lungo’ del 29 settembre gli Alleati erano stati chiari: qui comandiamo noi.
E chi sperava di modificare strada facendo le clausole di Cassibile, ossia della ‘resa incondizionata’ quella che per anni la nostra narrazione storica ha venduto come ‘armistizio’ (cioè un ‘do ut des’, io do una cosa a te e tu mi lasci fare un qualcos’altro per salvarmi la faccia) uscì nuovamente come sconfitto.
Ma questa è un’altra storia.
Al massimo ora l’Italia era ‘cobelligerante’, non un ‘alleato’.
Le parole contano sempre e bene identificano chi e come le dice.
Come conta il modo in cui in quel 13 ottobre si dichiarò guerra alla Germania nazista.
Si narra che – come bene scrisse di recente Silvia Boverini – “ l’ambasciatore italiano a Madrid ricevette telegraficamente l’ordine da Badoglio di comunicare all’omologo tedesco che l’Italia si considerava in stato di guerra contro la Germania dalle ore 15 (ora di Greenwich); vedendosi negare un incontro diretto, affidò a un segretario d’ambasciata il compito di recapitare la missiva, e questi la consegnò nelle mani del primo membro della legazione tedesca che aprì la porta, scappando via; rincorso per strada, l’italiano fu costretto a riprendersi la nota; tuttavia, l’ambasciatore italiano concluse che “se i tedeschi hanno ritenuto di dover respingere la nostra nota, vuol dire che l’hanno letta e secondo il diritto internazionale tanto basta perché la dichiarazione di guerra abbia da credersi avvenuta”.”
Nel dire che fu un’azione quasi comica sarebbe facile, se non si considera che siamo nel ben mezzo della più grande tragedia vissuta dal nostro Paese da quando è nato nel 1861.
Ma del resto gli attori (il Re, Badoglio) erano sempre gli stessi che avevano gestito vergognosamente la vicenda dell’8 settembre, con un esercito di 2 milioni di uomini lasciato allo sbando più totale.
Mentre loro scappavano, come ladri, verso Brindisi.
Ma con la dichiarazione del 13 ottobre ‘43 la realtà ‘ufficiale’ cambiava: i gerarchi militari passati nella RSI (come il gen. Rodolfo Graziani) diventavano ora dei ‘traditori’ per i codici di guerra e peggio ancora succedeva – altro lato negativo della medaglia – sempre per i prigionieri italiani già spediti o in corso di spedizione nei lager nazisti (IMI o ‘rastrellati’ che fossero).
Ora erano sempre più anche ‘ufficialmente’ odiati dai loro aguzzini.
Solo 20 giorni prima, il 23 settembre ’43, Mussolini e Hitler avevano deciso di trattarli come schiavi, senza alcun diritto (Convenzione di Ginevra e tutele della Croce Rossa. in primis) e senza alcuna alternativa, se non quella di aderire ‘all’opzione Graziani’ e ritornare così a combattere per il fascismo.
Ma il 90% di loro dirà di NO.
Hitler li chiamò offendendoli IMI, per quasi tutti noi oggi sono degli eroi (se si escludiamo molti figli della lupa ancora adesso intenti a dedicare invece a gerarchi fascisti mausolei, piazze o vie). Ma si sa, non tutti hanno visto in quella tragedia il medesimo film. Anche 80 anni dopo.
Ancora oggi per qualcuno Mussolini fu ‘il più grande statista italiano del secolo scorso’.
La prima unità dell’Esercito Cobelligerante Italiano venne ‘formata’ a Lecce, con soldati volontari sfuggiti alle violenze e ai ricatti dei nazisti. Era il Primo Raggruppamento Motorizzato, che prese parte alle operazioni accanto alle forze alleate con 295 ufficiali e 5.387 uomini di truppa.
Il vero battesimo del fuoco avvenne già nella battaglia di Montelungo (dicembre ’43): vi fu una grande perdita di uomini ma soprattutto la conquista del rispetto degli Alleati, elemento questo forse mai avuto prima nemmeno coi nazisti, in tutte le battaglie con cui si era operato assieme dal 10 giugno ’40 fino all’8 settembre ’43.
Neanche in Africa e nemmeno in Russia.
E strada facendo nel corso della Campagna d’Italia (Abruzzo, Lazio, Marche, Toscana, fino alla grande offensiva dell’aprile ’45 in Emilia Romagna) l’esercito italiano arrivò a contare più di mezzo milione di uomini (400.000 dell’Esercito, 80.000 della Marina, 35.000 dell’Aeronautica).
Ma la dichiarazione del 13 ottobre ‘43 non fu vista bene quasi da nessuno in Italia. La popolazione era alla fame e stanca di guerre, i fascisti consideravano gli altri ‘traditori’ (del Patto d’Acciaio in particolare), i partigiani già riuniti nel CLN (in clandestinità a Roma) non si fidavano né del Re e né di Badoglio e rifiutarono ogni collaborazione.
Del resto se semini vento puoi solo raccogliere tempesta.
E a guerra finita sia il Re che Badoglio scompariranno dalle scene.
Non altrettanto si può dire però degli uomini del Duce. Ma anche questa è un’altra storia.
12 ottobre 2022 – Rinaldo Battaglia
liberamente tratto da ‘Il dolore degli altri’ – ed. Ventus/AliRibelli – 2022
Il dolore degli altri