ebrei in fuga in Danimarca

MAI PIU’ IL CANARINO DI HITLER – CONCLUSIONE

DI RINALDO BATTAGLIA

RINALDO BATTAGLIA

 

 

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Il Re Cristiano X non aveva mai abbandonato i 484 imprigionati a Terezìn, sin dalla loro deportazione di metà ottobre ‘43. Trattò più volte con Himmler, minacciò embarghi, blocchi sui porti danesi dei prodotti svedesi – sicuramente in accordo con Albin Hansson – scioperi e tutto quello che poteva metter sul piatto. Pretese che fossero gestiti al meglio. Ma erano pur sempre deportati in un lager nazista.

Himmler per tacitarlo usò la carta ‘Terezìn’. Per la propaganda nazista e oramai diffusa in tutta Europa, Terezìn non era un campo di concentramento, un lager, nemmeno un ghetto ad uso campo di concentramento, non era la fermata della stazione ferroviaria prima di Auschwitz. Era un ‘centro di ripopolamento giudaico’, una zona franca in cui gli ebrei erano liberi ma non potevano uscire fuori, nel loro interesse. Fuori c’era la guerra, fuori c’era la Shoah. Erano come i danesi, canarini in gabbia. Lì avevano il lago con le ochette, le terme ove fare anche i fanghi salubri. Se restavano lì erano al sicuro.

La fake-news, come tutte le fake-news, ebbe successo. Cristiano X ci credette. Ma mai fidarsi dei nazisti, mai fidarsi di Himmler. Minacciò subito che avrebbe agito su chi Hitler e soprattutto Himmler temevano davvero: la Croce Rossa, quella con sede a Ginevra, nella neutrale Svizzera, dove vi erano le banche piene di soldi e tesori, rubati dai nazisti in tutta Europa e da dove partivano scie di denaro verso il Sud America, da spendere un domani a guerra finita e persa.

In Svizzera c’erano la loro assicurazione sul futuro.

Soprattutto per i nazisti ‘fanatici e pratici’ come Himmler, meno per i ‘nazisti fanatici e teorici’ come Hitler. Nè Hitler e né Himmler useranno i vantaggi dell’assicurazione, ma ben altri 30.000 nazisti e fascisti di mezz’Europa lo faranno. E ovviamente non mancheranno i nostri i ‘discepoli del Duce’, peraltro favoriti dal fatto che i viaggi verso il tropico erano gestiti da Roma, lato Vaticano.

Chiedere al vescovo Alois Hudal, pupillo del papa Pio XII per i dettagli. E citofonare al suo ufficio a Roma di Via Tomacelli 132, presso il convento della Fratellanza di San Girolamo per avere il biglietto per il viaggio turistico. Alcuni storici l’hanno definita come ‘Rat-Line’, la via dei topi, altri più laici, ‘la via dei monasteri’. Altri meno poetici semplicemente come ‘Operazione Odessa’.

E Cristiano X si mosse subito, anche a mezzo del diplomatico, nipote del Re di Svezia, bene introdotto a Ginevra, presso la Croce Rossa. Himmler fu chiaramente avvisato sin dall’inverno ‘43 che a primavera, a sorpresa, sarebbe arrivata a Terezìn un’ispezione ufficiale della stessa Croce Rossa Internazionale, per la verifica.

Himmler ed Hitler saranno stati anche fanatici criminali nazisti, ma il Re di Danimarca ed il suo entourage sapevano dove colpirli: nel denaro, nelle banche svizzere. E la Croce Rossa era lo strumento più appropriato.

Tutta la guerra, tutta la Shoah si basava sul denaro. Non era stato Hitler prima dell’invasione della Polonia a dire ai suoi: ‘Abbiamo tutto da guadagnare, nulla da perdere’?

Finita la guerra, arrivò il conto da pagare anche al gen. Werner Best.

A giudicarlo non fu il tribunale alleato o quello di Norimberga. Venne subito processato in Danimarca, da giudici locali. I danesi non vollero delegare ad altri. E fu condannato a morte.

Ma in virtù di quanto fatto, o meglio ‘non fatto’, la carta del lasciapassare in Svezia lo salvò dall’impiccagione. La pena venne tramutata in 12 anni di carcere, ma dopo solo la metà – nel 1951 – venne amnistiato e liberato, potendo così tornare nella nuova Germania. Passerà anni in libertà , come manager della Siemens (società, come noto, anch’essa molto legata al nazismo, negli anni di Hitler) e anni in carcere per altri processi, per i crimini commessi in Francia e soprattutto in Polonia. Morirà nel 1989 libero solo perché rilasciato per gravi motivi di salute.

Georg Ferdinand Duchwitz per precisa richiesta del governo danese, rimase ancora in Danimarca anche a guerra finita. Dapprima come importante funzionario del Ministero degli Esteri nella nuova Repubblica Federale di Germania. Poi dal 1955 addirittura come Ambasciatore tedesco in Danimarca, tra gli onori ed il prestigio che meritava. Vi rimase fino al 1966, quando Willy Brandt lo volle con sé al Ministero degli Esteri.

Morì giovane a 68 anni nel 1973, ma non prima di ricevere, nel 1971, la nomina a ‘Giusto fra le Nazioni’ dal Governo di Israele, su precisa ed espressa proposta degli ebrei salvati in Danimarca. Volendolo, avevano 7.500 testimoni e 5 milioni di danesi a confermarlo. Ma non fu per nulla necessario.

Ma forse l’onorificenza da parte del mondo ebraico più significativa fu un’altra.

E’ noto infatti che lo Stato di Israele dalla sua costituzione nel 1948 conferisce i titolo di ‘Giusto tra le nazioni’ a chi, non ebreo, abbia salvato ebrei durante la Shoah. E’ un riconoscimento personale, individuale, agli uomini singoli che decidono il fare e il non fare. E nel caso specifico, il ‘salvare’.

Per la gestione del Re Cristiano X, il mondo ebraico andò oltre. Non si premiò il Re per quanto fatto, ma lo Stato della Danimarca e quindi il suo intero popolo e il suo Sovrano. E’ l’unico caso nella storia della Shoah, unico caso nell’onorificenza concessa dallo Yad Vashem. Una nazione, non un singolo uomo.

Ci sono state nazioni che hanno creduto nell’uguaglianza delle persone e nella libertà individuale. Perchè provenivano, dal primo dopo guerra, da un periodo di luce, di uguaglianza e libertà. Periodo che è chiamato comunemente ‘democrazia’.

Altre nazioni hanno seguito altre strade. Forse perché provenivano da vent’anni di buio, di libertà negate, di confino o morte per gli oppositori, di polizia segreta, olio di ricino e camicie nere. Periodo criminale che è chiamato comunemente ‘fascismo’.

Sta a noi, uomini del 2020, decidere quali strade percorrere in futuro per i nostri figli, se con la luce o col buio. E se si conosce la Storia, sbagliare sarà imperdonabile. E se si sbaglierà di noi, come ‘uomini’, non rimarrà più traccia, come l’acqua che scorre nel grande fiume della Storia.

A Terezìn in quel momento c’erano pochi italiani, molto pochi e forse è stato meglio così per loro. Non avrebbero retto al confronto con i danesi per le gesta dei loro leader e dei loro connazionali. E si sarebbero vergognati. Umiliati e vergognati. E non per essere ebrei a Terezìn, ma per essere italiani a Terezìn.

E forse solo il ruolo dei tanti piccoli Perlasca avrebbe, in parte, ridotto la loro vergogna.

Perchè tutta la storia della Shoah italiana è stata una vergogna per il nostro paese, sin dal giorno (5 agosto 1938 sul Popolo d’Italia) in cui il Duce scrisse e disse che ‘ll razzismo italiano data dall’anno 1919 ed è base fondamentale dello Stato fascista’. Ben prima delle Leggi Razziali del ‘38. Ben prima del censimento degli ebrei del 22 agosto 1938.

Stando alle schede prefettizie, conservate all’Archivio di Stato di Roma, erano 46.656 quel giorno (di cui solo 9.415 vennero dichiarati ‘italiani’, e 37.341 ‘stranieri’ ossia con almeno un genitore ‘non italiano’), lo 0,1% dell’intera popolazione italiana, la metà in proporzione di quanto erano gli ebrei in Danimarca.

‘Uno su mille’ come ebbe a dire più volte poi il Duce.

Uno su mille. Il ‘problema’ era creato da un ebreo ogni mille italiani……

L’uomo della Provvidenza, osannato dal mondo a suo dire, che aveva paura di un esercito ‘non-armato‘ composto da un ‘non- soldato’ contro un esercito altri 999 soldati!

Ma sappiamo bene come è andata, per chi vuol sapere.

La forza della propaganda fascista.

La forza della manipolazione delle menti, usando bene i ’media’ di allora, le soap-opera e i salotti coi loro talk-show di allora.

E arrivarono i campi di concentramento per i ‘non desiderati’, gli oppositori al regime, i rom, gli ebrei. Soprattutto gli ebrei, in quanto ritenuti pericolosi perché ‘antifascisti’. Malgrado le disgrazie della nostra guerra, mentre i nostri alpini morivano in Grecia o nei Balcani, a Ferrara – una delle città col maggior insediamento ebraico da secoli – il 21 settembre ‘41 incendiarono case e bastonarono centinaia di ebrei.

A Trieste, città dove si stava sistemando la Risiera di San Sabba per il futuro lavoro, il 18 luglio ‘42, mentre i nostri soldati morivano nel deserto africano a fianco di Rommel, saccheggiarono la sinagoga. Tra gli applausi del Duce, il silenzio dell’Intellighenzia italiana, il non-sentire della Chiesa di Pio XII, molto più interessato ai successi iniziali dei nazisti in Russia contro i comunisti di Stalin.

Importanti Vescovi chiesero soccorso al Papa per i disperati – ebrei e non – nei nostri campi di concentramento (fascisti non nazisti) come a Rab, Fraschette di Alatri, Agnone, Bagni di Ripoli, Renicci, senza apparente esito. Anche se, per qualche storico come Andrea Riccardi (in ‘L’inverno più lungo’ – Ed.Laterza), il papa di Hitler salvò almeno 12.000 ebrei italiani, senza però bene spiegare dove, come e chi fossero.

Non ci fu un’azione popolare, di massa contro le leggi razziali e a difesa dei nostri connazionali ebrei. Le università vennero chiuse solo per gli ebrei, insegnanti o studenti che fossero. E per sempre, non per solo una settimana.

Ci furono molti ‘Giorgio Perlasca’, non famosi, che individualmente, ‘individualmente’, per scelta personale, umana e propria, aiutarono molti ebrei. Ma loro rischio e pericolo.

A colpire prima dei nazisti tedeschi erano, soprattutto, i fascisti italiani.

Magari anche di origine ebraica. Uno dei più grandi ‘commercianti di vite’, uno dei delatori che più si arricchì e che ‘industrializzò’ il processo della ‘delazione’, fu un ebreo di Trieste, Mauro Grini. Fascista convinto, operò soprattutto durante la guerra ed essendo ebreo arrivò dove altri non sarebbero arrivati. Fece deportare migliaia di ebrei, catturandoli a Trieste, in Friuli, a Venezia, Firenze, Milano soprattutto nella zona al confine con la Svizzera, verso dove scappavano gli ebrei che potevano finanziariamente permetterselo.

Persino nel mio basso vicentino, a Vò Vecchio.

Perchè tutte le leggi razziali, tutto quel ‘modus vivendi’ erano basati sul denaro, lire o marchi a seconda del caso, lire o marchi a seconda del luogo.

Mauro Grini aveva molti ‘collaboratori’ – col sistema a piramide che si dice, erroneamente, inventato negli anni ‘60 negli USA – tutti attirati dal denaro facile e per organizzare al meglio il traffico di essere umani fissò anche un prezzario. Fu lui il primo a brevettarlo, altri a Roma lo copieranno. Verrebbe da chiedersi – se non stessimo parlando di persone e di crimini – se avessero istituito anche un catalogo-prodotti, un book per facilitare il commercio, incentivare le vendite, migliorare il business.

Il ‘pezzo’ pregiato era il padre di famiglia, quotato 3.000 lire, perché solitamente aveva una moglie (1.500 lire, max. 2.000 se giovane) e solitamente dei figli (da 1.200 a 1.500 lire per ogni figlio). Strada facendo a metà del ‘44 arrivò anche a raddoppiare le ‘tariffe’. Neanche al mercato ittico di Trieste, ove era nato, si faceva così, coi pesci. E i nazisti pagavano bene, riciclando i soldi rubati agli stessi ebrei.

E molti furono i Mauro Grini in Italia in quegli anni vigliacchi ed assassini.

Tutti eroi del fascio e poi, (forse) come Mauro Grini, al momento della resa dei conti, pronti a scappare in Sud America, tramite la Rat-Line, in attesa di una amnistia o di un indulto, che prima o poi sarebbero, come la neve d’inverno, arrivati.

E dal 1948 al 1964, ad ogni elezione c’era una amnistia o un indulto. Servivano voti, servivano voti da tutti, anche dagli ex-fascisti vestiti a nuovo, e le amnistie o gli indulti erano l’esca per contrattare, per barattare. Altrove lo si chiamerà ‘voto di ‘scambio’.

2 ottobre 2022 – Rinaldo Battaglia
da ‘Non ho visto farfalle a Terezìn – ed. AliRibelli – 2021

non ho visto farfalle a Terezin