Danimarca, ebrei in fuga

MAI PIU’ IL CANARINO DI HITLER – 6 ottobre 1943

DI RINALDO BATTAGLIA

RINALDO BATTAGLIA

 

(…) Ma il 6 di ottobre qualcosa andò storto. Erano pur sempre nazisti, criminali e fanatici, non buoni samaritani. A Gilleleje, un paesetto con un piccolo porto nel nord della Danimarca, verso il mare che porta in Svezia, i tedeschi vennero informati – da delatori danesi, sicuramente ben pagati – che nella chiesa principale vi erano nascoste varie famiglie di ebrei, in attesa dell’imbarco.

Lì nel vicino distretto di Elsinore (Helsingør) operava un ‘nazista doc’, un minuscolo sergente delle S.S. cresciuto nella scuola di Himmler dove aveva bene imparato il concetto dell’odio e della crudeltà, la SS-Hauptscharführer Hans Juhl, dai suoi soldati soprannominato ‘Gestapo-Juhl’.

Nella notte tra il 6 ed il 7, col buio, arrivò coi suoi ‘bravi’ come arrivano i leoni affamati sulla preda. Arrestarono e deportarono tutti. Erano 85, in gran parte donne, vecchi e molti, molti bambini.

Probabilmente Juhl agì in autonomia, probabilmente bisognava far ‘qualcosa’. Chissà?

Il fallimento totale della retata doveva essere mitigato, limitato, ‘coperto’, nascosto.

Altrimenti a Berlino qualcuno sarebbe intervenuto.

Perché a Berlino non tutto era chiaro, nell’autunno 1943. Il vento della sconfitta cominciava farsi sentire sulla pelle dei grandi Vertici e così la diffidenza e la lotta endogena tra i vari leader nazisti.

Era la ‘mors tua, vita mea’.

Fu nelle crepe del potere che il gen. Best riuscì a sopravvivere e, con e tramite Best, permettere a Duckwitz di preparare il terreno fertile per la salvezza degli ebrei di Danimarca.

Himmler puntava a velocizzare la ‘Soluzione Finale’ e con un occhio proteso allo sviluppo della via ‘dell’oro’ sudamericana, Goering era in chiara difficoltà dopo le disfatte della Luftwaffe e le carenze del suo piano economico quadriennale per il quale Hitler aveva cacciato ancora nel ‘37 Hjalmar H.G. Schacht, il genio della Reichsbank e padre del rilancio economico della Germania nazista.

Von Ribbentrop voleva mantenere la Danimarca sotto il suo potere, in quanto Ministro degli Esteri, ed in quanto tale, aveva da Berlino fino allora controllato la gabbia, in cui volava il canarino danese.

Tutti avevano garantito Hitler della validità dell’idea del ‘protettorato perfetto’.  Tutti pretendevano dal gen. Best che garantisse con il suo ’prestigio’, bene apprezzato dal Fuhrer, l’illusione che l’idea continuasse a funzionare. Assolutamente, necessariamente. Nessun poteva permettersi errori e qualora ci fossero, erano sempre causati da altri. Il nazismo era sì criminale, ma manteneva nelle fondamenta tutti i difetti dell’uomo ‘normale’. Come il nostro fascismo del Duce, suo padre, fratello, figlio.

E Duckwitz probabilmente riuscì a far capire al gen. Best che gli scioperi e i disordini per l’introduzione della legge marziale avrebbero provocato, solo e ben presto, la fine del protettorato perfetto e la destabilizzazione della ’pax’ a Berlino. Unica via d’uscita era quella di restare alla finestra, lasciando ad altri la scelta rischiosa della prima mossa, a loro danno e pericolo. Ma tenendo sempre buoni ‘quelli’ di Berlino.

Forse fu dovuto a questa insolita situazione che Best operò in modo ‘confuso’.

Rallentò le azioni della Wehrmacht, ma nel contempo non solo accettò subito gli ordini di rastrellare gli ebrei ma addirittura, dopo il 15 settembre, scrisse a Berlino di velocizzare il tutto. Perché? Per mantenere credito verso i Vertici?

Rassicurò il Re Cristiano X in merito alla persecuzione degli ebrei, col classico:

– “Dovranno passare sul mio corpo!” –

e nello stesso giorno chiese sempre a Berlino l’invio di nuove truppe e che la retata avvenisse durante il periodo in cui era in vigore la legge marziale. Perchè? Per scaricare la responsabilità su Von Hanneken, probabilmente poco amato e probabilmente molto ricambiato?

Best non bloccò la retata, ma impartì l’ordine scritto che si riducessero al minimo le violenze e che la polizia tedesca entrasse nelle case degli ebrei ‘ma senza sfondare le porte’, quasi ‘bussando al campanello’. E se non aprivano? Cosa si fa? Non lo scrisse.

Non ammise mai il fallimento della retata a precisa domanda di Himmler, in merito al suo perché. Non disse mai con poche parole, chiare, semplici, decise:

gli ebrei sono persone, non numeri o bestie’.

No, ma rispose che il risultato era stato raggiunto. Aveva ricevuto l’ordine preciso di liberare gli ebrei dalla Danimarca: ebbene dopo un solo mese in Danimarca non c’era più nessun ebreo, nemmeno uno. Che fossero in Svezia o nei lager nazisti, cosa cambiava?

Ed è presumibile che Himmler non abbia minimamente apprezzato questa tesi difensiva.

Perchè?

Eppure Best si stava giocando la sua testa. Altri generali per meno furono ‘suicidati’.

Puntava ancora tutte le sue fiches sulla ‘cooperazione’ che in quel momento era di certo la necessità primaria di Hitler, anche se non lo avrebbe mai ammesso?

Best forse sapeva che Himmler pretendeva la ’retata’ quale ‘soluzione finale danese’ ma probabilmente qualcuno (forse Duckwitz?) gli aveva prospettato , magari giocando di anticipo, che gli Alleati stavano arrivando? Ma al D-Day mancavano ancora 8 mesi, la fine della guerra era ancora tutta da definire. Chissà?

Forse voleva tenere il piede in due scarpe: rendere ‘judenfrei’ la Danimarca per ubbidire ad Himmler e, nel contempo, salvare gli ebrei danesi per salvaguardare un potenziale futuro accordo di ‘nuova cooperazione’ e così tenere sempre il ‘canarino in gabbia’ tanto caro ad Hitler?

E perché no, un domani magari davanti ad un processo degli Alleati – tipo Norimberga – poter usare il ‘salvacondotto’ della salvezza degli 8.000 ebrei di Danimarca?

Cosa e come lo aveva convinto Duckwitz?

Gli aveva anticipato il 28 settembre qualcosa delle sue visite al Primo ministro svedese, magari forse anche quella – documentata – del giorno 20? E soprattutto di come avrebbe reagito la Svezia con la minaccia del blocco delle materie prime alla Germania?

E la visita anomala del 1 ottobre con tanto di avviso chiaro ed inequivocabile al sarto ebreo Nathan Goldman, cos’era ? Un messaggio di salvezza o la creazione di un alibi, da spendere un domani per un eventuale, ma probabile, processo contro i gerarchi nazisti, criminali di guerra?

Proprio in quel periodo Churchill e Roosevelt avevano istituito quella che verrà poi chiamata la ‘War Crimes Commission’ della futura ONU (peraltro annunciata già da Londra il 7 ottobre 1942) e tra i 17 paesi ‘giudicanti’ vi erano pure giuristi della Svezia, in quanto paese neutrale. Duckwitz aveva saputo questo e girato lo scoop al gen. Best?

Certo, il gen. Best era un criminale di guerra. Le atrocità commesse in Francia e Polonia e la sua collaborazione con Heydrich ed Himmler erano indiscutibilmente contro una sua assoluzione. Aveva già la corda stretta attorno al collo.

La Shoah danese era una carta – l’ultima carta del mazzo – che poteva un domani salvarlo?

E il gen. Best era sempre stato giudicato da tutti come un nazista convinto e fanatico, ma mai un pazzo suicida.

Se aveva una carta da giocare, non l’avrebbe sprecata.

Duckwitz forse indicò la strada d’uscita al gen. Best , per la sua salvezza personale, tra le crepe di Berlino. E il gen. Best probabilmente la colse al volo.

Ma ‘crepe’ di Berlino non condizionarono solo le gesta del gen. Best, ma anche tutte le scelte successive ed il destino degli ebrei danesi non riusciti a scappare in Svezia.

Gli 85 arrestati a Gilleleje, i 300 ebrei che non fecero in tempo di imbarcarsi, più pochi altri, quasi sbandati, presi dopo, in maniera più o meno casuale o fortuita, vennero subito spediti nei lager e, per ordine personale di Himmler, tutti in quello di Terezin.

Perché proprio a Terezìn? Passaggio naturale per il futuro loro ultimo viaggio,verso est?  Cos’era Terezìn per Himmler?

Saranno 484 che, già a metà ottobre (dal giorno 5 al 14), arriveranno e saranno allocati poco lontano dalla caserma Amburgo, comodi peraltro per partire col treno della morte.

484 deportati su 8.000 ebrei danesi residenti nel 1943 in Danimarca, il 6% direbbero gli statistici. E, strano a dirsi, nessuno morirà ad Auschwitz. I morti, per lo più anziani, periranno ‘soltanto’ a Terezìn e alla fine saranno ‘soltanto’ 53.

53 su 484 , poco più del 10% contro una media di mortalità ‘in’ Terezin del 25%.

Senza che nessuno venisse ‘gasato’ ad est, dove finirono 2 ebrei su 3 deportati, prima, nel ‘paradise-ghetto’ di Terezin.

A guerra finita gli ebrei scappati in Svezia torneranno a casa, e riprenderanno a vivere. Saranno oltre il 99% dei ‘fuggitivi’ di inizio ottobre’43.

Come mai? cos’è successo?

Perché questo risultato così sorprendentemente miracoloso, se inserito nella Shoah europea?

Al momento della liberazione del campo, l’8 maggio ’45, i Russi non trovarono danesi tra i pochi superstiti. Se ne erano già andati e non su un treno-bestiame verso est, ma bensì verso nord su alcuni autobus bianchi messi a disposizione dalle ambasciate di Danimarca e Svezia, già il 15 di aprile. E la loro partenza, verso casa, fu a loro preavvisata due giorni prima. Si erano mossi vari diplomatici svedesi direttamente con Himmler. In particolare il diplomatico Folke Bernadotte, nipote del Re di Svezia Gustavo V e Presidente della Croce Rossa svedese. Da mesi stava trattando con Himmler, desideroso di prepararsi il ‘paracadute’ per l’oramai scontata sconfitta nazista. Solo due settimane dopo Hitler si sarebbe ucciso.

Himmler aveva già concesso la liberazione di migliaia di prigionieri (ebrei e non) norvegesi e olandesi, ora la richiesta erano tutti i deportati della Danimarca. Tutti, ebrei e non ebrei, e nel caso di Terezìn dove Himmler aveva ‘riunito’ sin da subito tutti i danesi, anche i figli nati dopo il loro arrivo nel lager. Per gli storici negli ultimi due mesi di guerra, a guerra persa e con i Russi in arrivo, Himmler concesse la ‘libertà’ ad oltre 15.000 deportati su richiesta del diplomatico svedese, ‘contrattando’ meriti che comunque poi non gli basteranno a Norimberga.

(…)

Gli autobus dopo due giorni arrivarono alla frontiera con la Danimarca, finalmente a casa. Il Re Cristiano X però, non fidandosi dei tedeschi e temendo cecchini o schegge impazzite – non ancora tutte fuggite verso la Germania malgrado avessero gli Alleati sulla coda – dopo avere festeggiato e rinfocillato i deportati e dopo una notte a Odense, lì spedì tutti, anche loro, in Svezia, con la scusa che necessitavano di una profonda quarantena sanitaria e così’ vennero ospitati a Tylösand e Strangnæs.

Si uniranno agli altri 7.500 profughi ebrei e dopo la fine della guerra e la liberazione totale della Danimarca, avvenuta solo il 5 maggio, inizierà il loro definitivo ritorno nella loro terra natale. E non mancheranno festeggiamenti, non solo a Copenhagen, ma anche nei piccoli borghi di campagna, che cercarono di ridimensionare le grandi sofferenze fisiche e morali patite a Terezìn.

(continua >)

 

Rinaldo Battaglia, da ‘Non ho visto farfalle a Terezìn – ed. AliRibelli – 2021

non ho visto farfalle a Terezin