Ilse Weber

MAI PIU’ UNA “LETTERA AL MIO BAMBINO” – 4 ottobre 1944

Di RINALDO BATTAGLIA

RINALDO BATTAGLIA

 

Il 4 ottobre 1944 partiva dal lager di Terezin, Ilse Weber assieme altri 1499 disperati, tutti destinati a morire nelle camere a gas di Auschwitz.

E così sarà per lei solo due giorni dopo, il 6 ottobre.

Chi ha il piacere di conoscere le sue poesie è di certo una persona fortunata. Difficilmente ne resta indifferente.

Chi non le conosce non può capire per bene cosa sono stati il nazismo di Hitler, il fascismo di Mussolini, il crimine delle leggi razziali, la Shoah.

Ilse (Elsa) Weber era ebrea di Viktovice, nella Moravia, ceca ma di lingua tedesca. Quando venne deportata a Terezìn aveva solo 39 anni ed una carriera alle spalle di scrittrice di poesie e fiabe per bambini, oltrechè intellettuale di punta della nuova democrazia cecoslovacca, nata dopo la caduta dell’Impero Asburgico.

Il tutto, senza rinunciare tempo e calore alla propria famiglia, col marito Willi e i due figli Hanuš e il piccolo Tomáš.

Con l’occupazione nazista del 1939, i coniugi Weber preoccupati dall’antisemitismo dei nuovi padroni, affidarono Hanuš, allora di 8 anni, a Lilian, un’amica di famiglia che risiedeva in Svezia con la mamma Gertrud. Partirono quel giorno da Praga 600 bambini ebrei e grazie al generoso supporto di un agente di borsa inglese, Nicolas George Winton, arrivarono dapprima in Inghilterra, unico paese europeo che accettò di accoglierli. Quel giorno fu l’ultima volta che madre e figlio si videro.

Nel 1942, i coniugi Weber ed il piccolo Tomáš furono mandati a Terezìn, dove Ilse fu impegnata come infermiera nel piccolo ospedale del lager, nel ‘block’ riservato ai bambini, dov’erano comunque a loro tassativamente vietate le medicine, in quanto ebrei.

Ma le maggiori risorse le dedicò proprio a tutti i bambini, creando per loro oltre 60 canzoni, filastrocche e poesie, suonando ed insegnando il liuto e la chitarra, che, chissà come, era riuscita a portarsi dentro. Perchè anche la musica non potesse mai mancare, imitando probabilmente un importante musicista di Praga che era riuscito ad inserire nella sua valigia, senza che lo scoprissero, persino un grande violoncello, vero e di qualità: lo aveva smontato in una miriade di pezzi e poi giunto a Terezìn rimontato e messo in funzione.

Ilse scrisse peraltro una poesia, sempre in tedesco, dedicata ai bambini uccisi di Lidice – col titolo ‘La pecora di Lidice’ -. Arrivò anche alle orecchie di Eichmann, che volle sapere chi dasse notizie così tendenziose e sbagliate sull’attività delle SS, colpevoli solo di aver onorato Heydrich, quel giorno. A Terezìn, avvennero così perquisizioni, minacce, forti violenze, attivate persino dalla Gestapo. Ma nessuno dei deportati volle tradire Ilse Weber. Nessuno, nemmeno sotto atroci torture. Anzi, come raccontò un sopravvissuto, Jiri Lauscher: ‘i detenuti trassero da ciò un rinnovato coraggio di vivere’ (da Rita Baldoni – Ilse Weber, antologia di versi poetici).

Ma forse le S.S. di Terezìn, per quanto venute a conoscenza, non capirono davvero né il senso e tanto meno quindi chi ne fosse l‘autore. E, probabilmente, più primo che il secondo.

Ilse inoltre mai dimenticò Hanuš, il figlio lontano ma salvo. Gli scrisse anche una commovente lettera-poesia (‘Lettera al mio bambino’), che ricevette soltanto a guerra finita, quand’era già stata uccisa ad Auschiwtz.

Perchè Terezìn era un’transito’ ed il treno verso est era partiva almeno due volte al mese.

Dapprima toccò al marito Willi, e poi col convoglio del 4 ottobre ’44, tra i 1.500 nomi della solita lista, i Componenti dello Judenrat – tra le lacrime nascoste – furono costretti ad inserire anche il suo, quello del piccolo Tomáš e di una ventina di altri bambini piccoli, a lei affidati e a cui amorevolmente insegnava. Sopravvissuti testimoniarono che Ilse avesse lei scelto volontariamente la deportazione per non abbandonarli.

All’arrivo ad Auschwitz, un prigioniero, già lì ed in precedenza passato per Terezìn, la riconobbe mentre stava andando coi bambini, manine nelle manine, assieme al piccolo Tomáš, verso le camere a gas.

Ilse lo salutò come faceva a Terezìn e le chiese : ‘“- È vero che possiamo fare la doccia dopo il viaggio?”- perché questo era stato detto loro in precedenza dalle S.S. L’uomo non fu capace di mentire: ”- No, queste non sono docce, sono camere a gas. Ti do un consiglio. Entraci cantando con i bambini, ma più in fretta che puoi. Siediti con loro per terra e continuate a cantare. Canta con loro come hai fatto tante volte. Così inalerete il gas più velocemente, altrimenti morirete schiacciati dagli altri quando scoppierà il panico”- .

Ilse non si perse d’animo, sapeva già il destino dei deportati nei convogli verso est. Voleva solo tranquillizzare i bambini appresso.

Prosegui nella camminata, cantando la ninna nanna che era solita intonare – da lei scritta e chiamata ‘Wiegala’ (nota anche come ‘Lullaby’) ossia ‘canzone contro la guerra’ – anche dentro la camera a gas.

Con parole di amore materno allo stato puro.

Fai la ninna, fai la nanna, mio bimbo,

lo sento, risuona la lira al soffiare del vento,

nel verde canneto risponde l’assolo

del canto dolce dell’usignolo.

Fai la ninna, fai la nanna, mio bimbo,

lo sento, risuona la lira al soffio del vento.

Fai la ninna, fai la nanna, gioia materna,

la luna come una grande lanterna,

sospesa in alto nel cielo profondo,

volge il suo sguardo dovunque nel mondo.

Fai la ninna, fai la nanna gioia materna,

la luna è come una grande lanterna.

Fai la ninna, fai la nanna,

sereno riposa dovunque la notte si fa silenziosa!

Tutto è quieto,

non c’è più rumore, mio dolce bambino,

per farti dormire.

Fai la ninna, fai la nanna, sereno riposa

dovunque la notte si fa silenziosa!

… e non smisero di cantare finché lo Zykon B non li vinse.

Ma il demonio non sempre riesce, completamente, nei suoi criminali intenti.

Il marito Willi fu uno dei pochi superstiti di Auschwitz e dopo la liberazione venne sapere di Ilse e di Tomáš. Disperato cercò Hanuš, di cui aveva perso ogni notizia.

In pellegrinaggio a Terezìn, subito a guerra finita, ritrovò – per prima cosa – alcune delle opere della moglie, scritte su semplici fogli e che lui, prima di partire per Auschwitz, era riuscito a sotterrare sotto il capanno degli attrezzi, dove lavorava a suo tempo.

Non voleva che andassero distrutte, voleva che Ilse sopravvivesse anche dopo il lager. Con fatica riuscì a trovare anche Hanuš, rimasto in Svezia con Gertrud dopo l’improvvisa morte di Lilian, e a ricongiungersi dopo 6 lunghi anni. Tornati a Praga, non fu per nulla un rapporto facile. Il figlio, poco più che ragazzo allora, accusava il padre di averlo abbandonato e non lottato a sufficienza contro il nazismo, per salvare la propria famiglia.

La svolta avvenne solo nel 1968. Hanuš, 37 anni allora, affermato giornalista e attivamente coinvolto nella primavera di Praga, fu costretto a fuggire, questa volta dai carri armati russi, ancora in Svezia. L’occasione lo costrinse a ritornare sulla sua fuga precedente, con altre cause ed altri carnefici e rielaborare la propria vita.

Sei anni dopo, anche il padre Willi raggiunse la Svezia (stava collaborando alla realizzazione di un film sui lager nazisti) ma un maledetto infarto lo privò dell’abbraccio, già programmato, col figlio tanto amato.

Hanuš venne a conoscere appieno le poesie e le opere della madre. Decise di raccoglierle e pubblicarle in alcuni libri. Il principale ha un titolo che non necessita commenti: – Quando finirà la sofferenza? –

Vennero pubblicate anche le lettere di ‘struggente bellezza’ indirizzate all’amica Lilian, scritte dal 1933 al 1944 – ossia fin prima di partire verso Auschwitz – che ‘sono un eccezionale e vivissimo ritratto, oltre che della sua vita, dei suoi affetti e della sua arte, anche del suo paese, la Cecoslovacchia, man mano che l’ombra dell’antisemitismo e di Hitler si faceva più vicina’, come le giudicò di recente e senza perplessità il nostro grande storico Anna Foa.

Ma, le più delicate erano per il figlio lontano, a cui aveva rinunciato per lasciargli una possibilità di vita e del quale chiedeva nelle sue lettere costantemente a Lilian notizie sui suoi studi, su come e quanto stava crescendo, o quanto bello fosse diventato.

Amore materno allo stato puro.

Hanuš oggi ha oltre 90 anni e risiede ancora a Stoccolma col figlio, chiamato Tomáš, in onore del fratello ucciso dalla barbarie della Shoah, mentre con la madre e gli amichetti cantava a gran voce una dolce ninna nanna. Scritta dalla mamma.

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Lettera al mio bambino

Figlio mio caro, oggi di tre anni fa

sei partito per il mondo tutto solo.

Ti rivedo ancora là alla stazione di Praga,

dallo scompartimento, gonfio di lacrime e impaurito

inclinare verso me i riccioli castani

e implorare: fammi stare con te.

Duro t’è parso che t’abbiamo fatto partire,

otto anni avevi soltanto ed eri piccolo e tenero.

E quando tornammo a casa senza te

mi sembrò che il cuore m’andasse in pezzi.

Ho pianto molto spesso, credimi,

eppure son felice che tu non sia qui.

Andrà un giorno in cielo di sicuro

la signora straniera che ti ha accolto.

Ad ogni respiro la benedico

e il tuo amore per lei non sarà mai troppo.

È così cupo attorno a noi,

tutto ci hanno portato via,

nulla più ci è rimasto.

La casa, la terra natale, neanche più un cantuccio si è salvato

e neppure un qualcosa di caro.

Il tuo trenino persino

e il cavallino a dondolo di tuo fratello.

Neanche il nome ci hanno lasciato.

Con numeri intorno al collo

andiamo per vicoli marchiati come bestie

ma ciò non sarebbe niente,

se almeno fossi con tuo padre nella stessa casa.

E neppure il piccolo può stare assieme a me,

mai in vita mia sono stata così sola.

Sei ancora piccolo e perciò non puoi capire

in quanti ci accalchiamo in una stanza.

Corpo sta a corpo e ti porti addosso la pena altrui

e senti la tua solitudine in un dolore estremo.

Figlio mio, sei in salute e studi da bravo?

Nessuno ti canta più ora per farti addormentare?

Talvolta di notte mi pare di risentirti affianco a me.

Ma pensa, un giorno quando ci rivedremo,

non ci capiremo l’un l’altra.

In Svezia tu da lungo tempo hai già scordato il tuo tedesco

ed io, io non so parlare lo svedese.

Non sarà strano? Ah, fosse già arrivato il tempo

d’aver così d’un tratto un figlio grande.

Ti piace ancora tanto giocare con i soldatini di piombo?

Io abito in una caserma vera

con mura scure e stanze cupe.

Non si ha idea di ciò che il sole sia,

né di fogliame o d’alberi.

Sono infermiera di bambini qui

ed è bello aiutare e lenire.

Di notte talvolta veglio su di loro,

una luce molto fioca illumina la sala.

Siedo là e vigilo sulla loro pace,

e ogni bimbo mi par che sia un pezzetto di te.

Allora mi vola via verso te più d’un pensiero

eppure son felice che tu non sia qui.

La vita mi ha preso molto di bello

e quanta felicità ho appena toccato,

con te, e subito perso.

Tuttavia lo sopporto di cuore,

anche se talvolta è duro,

molto male ti è stato risparmiato.

E volentieri soffrirei mille tormenti,

se con essi potessi ricompensare la tua felicità di bimbo.

Ora è tardi e voglio andare a dormire.

Ti potessi vedere anche solo un istante!

Non posso far altro invece che scrivere lettere piene di nostalgia

e rimanere ferma con loro.

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Questa lettera non fu mai spedita, fu bloccata dalla censura delle SS di Terezìn. Venne consegnata, casualmente, dopo la guerra ad una scrittrice svedese Amelie Posse da una donna, Margarete Waern, sopravvissuta al lager di Ravensbrück. Amelie Posse tradusse la poesia in svedese e la fece pubblicare in un quotidiano. Fu solo così che, sempre casualmente, il figlio quindicenne Hanuš, nel Natale ‘45, lesse la lettera che sua madre gli aveva scritto sei anni prima.

4/10/2022 – Rinaldo Battaglia –
liberamente tratto da ‘Non ho visto farfalle a Terezìn’ – ed. AliRibelli – 2021

non ho visto farfalle a Terezin