marcia delle donne etiopi per la pace

NOBEL PER LA PACE ALLE DONNE VIOLENTATE DEL TIGRAY?

DI RITA NEWTON
Rita Newton

Notizie dei soliti bene informati danno Volodymir Zelensky e Greta Thunberg come contendenti per l’assegnazione del premio Nobel per la pace, tanto che l’accademia di Stoccolma sarebbe chiamata ad esprimere una sorta di parere politico favorevole o contrario al leader ucraino.Posto che io non credo le cose stiano davvero così e penso che l’accademia potrebbe elegantemente sfilarsi da questa situazione strumentalizzabile, perché invece non dare il premio alle donne del Tigray, in Etiopia?

Anche l’ONU ha riconosciuto il ruolo fondamentale delle donne in generale nella ricerca della pace e nella ricostruzione dei paesi dopo i conflitti. E le donne del Tigray, violentate in modo atroce come arma di guerra, anche se bambine, anche se incinte, con l’intento di renderle sterili, sono scese in piazza in questi giorni per chiedere la pace nel martoriato paese.

La guerra in Tigray è scoppiata nel novembre 2020 come effetto di tensioni etniche che covavano da anni. Governo e leader del Tigray si sono accusati a vicenda di aver ripreso le ostilità il 24 agosto, violando la tregua umanitaria in atto dal marzo scorso. Secondo dati Onu risalenti a gennaio, già oggi sono oltre 9 milioni e mezzo le persone che necessitano di assistenza umanitaria nelle tre regioni interessate.

Organizzazioni della società civile hanno realizzato l’8 settembre ad Addis Abeba una marcia per la pace.

La marcia è stata ideata e organizzata dalla Rete delle Associazioni delle Donne Etiopi (Newa), dalla Rete dell’Iniziativa Strategica per le Donne nel Corno d’Africa (Siha) e da Timran. Le donne hanno marciato nella capitale portando striscioni con messaggi di pace, promuovendo il ruolo delle donne nella pace e condannando gli stupri legati alla guerra e le aggressioni sessuali contro le donne.

Sugli striscioni si leggeva “Nessun disaccordo ha mai trovato una soluzione attraverso la guerra”, “Il corpo delle donne non è un campo di battaglia” e “La guerra non è uno strumento di sviluppo ma di morte, fame, migrazione e distruzione”.

Direi che queste donne, come organizzazioni e come comunità, meriterebbero molto più di altri il premio Nobel per la pace, consistente anche in un cospicuo assegno che andrebbe alle vittime e non in armi o a chi non ne ha bisogno.