Internati Militari Italiani

MAI PIU’ VITE RUBATE – dopo il 23 settembre 1943

DI RINALDO BATTAGLIA

REDAZIONE

 

 

Viene davvero da piangere alla sola idea che furono ben 700.000 i soldati italiani divenuti IMI.
E verrebbe anche spontaneo – tra le lacrime – chiedersi perché?
Chi ci ha guadagnato, chi si è arricchito sulla pelle e sulle sofferenze dei nostri IMI?
Chi ha rubato a loro la giovinezza, dando in cambio solo fame e lager?
Chi sono stati gli IMI?
Per molti gli IMI furono, loro malgrado, un ‘business’.
Non a caso Bertolt Brecht amava dire che la guerra è solamente un traffico: solo che invece di commerciare formaggio, si vendeva piombo.
Sul finire del ‘43 ed inizi ‘44, i prigionieri, o meglio gli “schiavi di Hitler” – IMI o non IMI poco cambiava – non valevano nulla, erano “vuoti a perdere”, “utensili usa e getta”. I tedeschi li chiamavano stuck’ ossia ‘pezzi’ e come pezzi o numeri vennero gestiti ed usati. Non era un caso che fossero identificati solo da un numero di matricola.
Tutto coerente.
Se avevano un valore, il loro valore era il prezzo con cui le aziende agricole e peggio le fabbriche (le fabriken) prendevano a ‘noleggio’ – oggi diremmo col classico ‘rent a man’ – uno schiavo dai vari lager per 170 marchi fissi ‘una tantum’ e con durata fino alla sua morte oppure – alternativa preferita dagli imprenditori (i meister ossia i padroni) – a 6 marchi al giorno. In ogni caso potevi usarli senza limiti di orario (mediamente 12 ore ma anche 18 al giorno per ogni santissimo giorno del mese).
Il pagamento ‘a giorni’ era maggiormente scelto dai ‘meister’ perché evitava di ripagare altri 170 marchi quando uno ‘stuck’ moriva. E succedeva con la massima frequenza. E se lo schiavo stava – come una candela – spegnendosi dalla fame e dalla fatica, potevi con questa ‘modalità’ sostituirlo con meno costi.
Tutto mortificante, ma tutto ancora coerente.
Se uno schiavo rendeva 6 marchi al giorno non poteva mancare il controllo ferreo dei costi. Il mantenimento in vita degli schiavi non doveva pesare mai oltre 0,60 marchi al giorno + 0,10 di spese varie di sussistenza. Qui, su questa voce, nella contabilità del Terzo Reich si intendeva il costo dei vestiti, ma questa era solo una spesa teorica che permetteva solo ai comandanti degli Arb.K.do (campo di lavoro) di lucrare qualcosa per uso e consumo proprio.
Crimine su crimine.
Talvolta, soprattutto nei primi anni di guerra, il ‘costo di vita’ di uno ‘stuck’ veniva quantificato in massimo 2 marchi. Poi la guerra prese una piega negativa per la Germania e già con l’arrivo di Herbert Friedrich Wilhelm Backe al ministero dell’Alimentazione (o ‘della fame’ come diceva con più poesia il Fuhrer) nel maggio ‘42 si tagliò il costo e non a caso lo ‘sterminio’ dei prigionieri tramite il lavoro si velocizzò in poco tempo.
E gli IMI arrivarono sul finire dell’anno dopo.
Non serve avere fatto master alla Bocconi per capire quanto ‘rendevano’ gli schiavi di Hitler (e quindi anche i nostri IMI) al ‘sistema economico’ del Terzo Reich.
Sempre il ministro Backe aveva consegnato ai vari Lagerkommandant per ‘contenere’ i costi di produzione – ossia di mantenimento in vita dei vari schiavi – delle precise tabelle ‘alimentari’ (non più di 1.030 calorie giornaliere, cioè nulla).
Quella voce di 0,60 marchi ‘cadauno al giorno’ era studiata scientificamente per tenere in vita, e quindi con capacità produttiva, uno ‘stuck’ per soli 270 giorni, solo 9 mesi. Scientificamente. Nulla di più. Poi la ‘resa’ sarebbe stata inferiore, tendente solo a diminuire. Conveniva spendere (e quindi ‘alimentare’) su un altro stuck, più fresco e ora produttivo, lasciando a morire gli altri, quelli oramai ‘consumati’ come candele, quelli venuti a scadenza come si fa oggi con le mozzarelle o le scatole di piselli.
Tutto ancora mortificante, ma tutto di nuovo coerente.
E’ facile capire che se si sottrae il costo di mantenimento (0,60+0,10 marchi al giorno) alla resa dei 6 marchi pagati dalle varie fabriken ai gerarchi del Terzo Reich si intuisce che ogni schiavo, IMI o non IMI poco cambiava, generava 5,30 marchi al giorno. Ed essendo la vita media ‘prevista e programmata’ in 270 giorni, uno stuck rendeva mediamente 1.431 marchi.
Se i nostri IMI vengono quantificati ‘prudenzialmente’ in 700.000 e ognuno rendeva in media 1.431 marchi è altrettanto facile intuire cosa e quanto il regime di Hitler abbia lucrato sulle vite altrui. E qui si parla del ‘sistema’ del Terzo Reich, la parte ‘pubblica’.
A questo, andrebbe correttamente aggiunta la ‘parte privata’, ossia la resa per le fabriken – gli oligarchi diremmo oggi – che pagavano 6 marchi al giorno uno schiavo per 12/18 ore (al lager ‘proprietario’ di quel candidato alla morte), anziché dalle 5 alle 10 volte in più per il lavoro di un ‘operaio’ tedesco (per massimo 10 ore al giorno), operai tedeschi che comunque erano rari in qualità e quantità, perché tutti spediti dal Fuhrer al fronte. In particolare dopo la catastrofica scelta della ‘guerra totale’ del 18 febbraio 1943.
Si parla di 17 milioni di tedeschi che da operai o impiegati divennero soldati nazisti, sostituiti in loco ‘solo’ nei 6 anni di guerra, da oltre 13 milioni di ‘schiavi’ stranieri.
E tra questi, dopo l’8 settembre ‘43, i nostri IMI furono parte alquanto importante, purtroppo.
A ‘sopravvivere’ di più furono essenzialmente gli ‘stuck’ che erano impiegati nei campi agricoli, magari del centro-nord Germania (come a Sandbostel o Fallingbostel) dove le giornate lavorative duravano meno grazie all’arrivo del tramonto che limitava la luce e dove magari qualche erbaccia, qualche rapa carbonara rubata di nascosto – a rischio di esser uccisi all’istante – si riusciva a mettere in bocca. Gli insetti e i vermi invece erano già risultati tutti estinti, anche lì come altrove, sin dall’inverno ‘40.
Peggio chi lavorava in fabbrica, nelle fonderie (come a Flossenburg, Gross Rosen, Buchenwald) o nelle miniere (Khala, Dora) dove non vi erano orari e le necessità di produzione estreme. E nemmeno l’erbaccia esisteva da anni.
A Mauthausen o Meissen si lavoravano le pietre e talvolta alcuni prigionieri si sono salvati dalla fame mangiando pezzi di sasso e di calcare. A Gross Rosen ci sarebbero stati persino anche casi di cannibalismo tra i deportati (riportato in più ‘diari’ di IMI). Impossibile quasi a dirlo, meno ancora a pensarlo.
Talvolta la sopravvivenza dipendeva molto da dove il deportato arrivava – IMI o non IMI non importava – e da quale treno scendeva, perché il lager era l’inferno ma alcuni inferni erano ancora peggiori.
Chi sono stati gli IMI?
Alla fine della guerra, liberati i lager nazisti dagli Alleati o dall’Armata Rossa, oltre 600.000 IMI tornarono a casa, più morti che vivi nel fisico, ma con profonda e totale dignità.
La dignità di esser ‘rimasti’ uomini, di non aver accettato leggi infami o distinzioni di razza, la dignità di sacrificare la propria vita e la propria libertà, affinché in Italia altri potessero godere di una vita migliore, finalmente in libertà.
Preferirono i reticolati di un lager per non avere – loro e gli altri – ancora reticolati nel cuore e nella mente.
Nei lager ne rimasero 50/60.000. Forse anche di più.
Lì si sono fermati e se, oggi, siamo l’Italia che siamo, lo dobbiamo anche a loro.
Possiamo anche non conoscerli, possiamo anche nascondere le loro gesta, possiamo riscrivere tutta la Storia che si vuole col colore dell’inchiostro che si preferisce, ma il loro eroismo nessuno lo può più toccare. Per l’eternità.
Chi sono stati gli IMI?
Eroi.
Bob Dylan a suo tempo scriveva che “Un eroe è chi capisce il grado di responsabilità che deriva dalla sua libertà“.
E gli IMI lo capirono molto bene in tempi tragici, forse i peggiori nella storia dell’umanità.
Eroi, solo eroi, invisibili ed anonimi, ma eroi.
Eroi che hanno coscientemente sacrificato la loro vita affinché altri ne avessero una, che si potesse definire tale. Coscientemente.
Solo eroi. Tutto il resto non conta, tutto il resto viene dopo.
Chi sono stati gli IMI?
Eroi, solo eroi, invisibili ed anonimi, ma eroi. Nulla di più.
Io sono nipote di un eroe che a 23 anni preferì la morte a Zeithain il 26 ottobre ’44 quando solo 11 giorni prima (il 15 ottobre) se avesse voluto si sarebbe salvato. Bastava che firmasse un pezzo di carta (la famosa opzione Graziani) e scrivesse di voler continuare la guerra per il Duce e il Fuher.
Ha preferito la morte e la dignità. Io sono nipote di un eroe e me ne vanto.
Chi sono stati gli IMI?

Eroi, solo eroi, invisibili ed anonimi, ma eroi. Nulla di più.

Come fogli di carta igienica
23 SETTEMBRE 2022 – Rinaldo Battaglia
liberamente tratto da ‘Come fogli di carta igienica’- Ed. Albatros – 2019 e pagine dal mio prossimo libro: ‘L’inferno è vuoto’