MAI PIU’ LADRI DI UOMINI – 23 settembre 1943

DI RINALDO BATTAGLIA

REDAZIONE

 

 

23 settembre 1943: Hitler ufficialmente crea gli IMI (accordo di Monaco) e Mussolini condivide ed accetta.
La mia terra, il Vicentino è stata una delle regioni d’Italia che più ha scontato il sacrifico degli IMI, gli internati schiavi di Hitler. Quelli che dissero NO al ritorno tra i repubblichini di Salò e preferirono il lager, pur sapendo che per molti di loro non ci sarebbe stato ritorno. Almeno da vivi.
Almeno 10.188 sarebbero stati così identificati, solo nel vicentino (tornati vivi).
Anche quella è stata Resistenza, al pari di quella dei ragazzi scappati in montagna a combattere, e qui forse – nel caso degli IMI – ancora peggiore perché dal lager non si poteva scappare e non si scappava.
Alessandro Natta, il famoso comunista e poi segretario del PCI sul finire degli anni ‘80, anch’egli IMI, la chiamava l’Altra Resistenza. Con pari valore, diritto e dignità.
(…)
Si dice – per ritornare sul tema di come era stata gestita la comunicazione all’esercito dell’armistizio di Cassibile – che il Comandante Italiano di Rodi, l’Ammiraglio Inigo Campioni, venne informato della resa di Badoglio non per radio tramite il discorso delle ore 19:45, bensì da una telefonata alla moglie, che ogni sera era solito fare verso le 21:00.
Forse la radio era fuori uso, il telefono no.
Dalla moglie che, ingenuamente, gli chiedeva quando sarebbe tornato a casa (visto che la guerra per gli italiani era lì finita, a suo dire), il Comandante capì come mai nell’aeroporto i tedeschi stavano cannoneggiando le nostre truppe. Non era una ‘querelle’ interna, esagerata, tra soldati alleati ma di divise diversamente colorate, magari dopo una sbronza estiva, tra una birra e l’altra.
Era l’8 settembre!
Quando la difesa di Rodi fallì – come a Cefalonia – i pochi soldati italiani che riuscirono a salvarsi furono presi subito prigionieri e incarcerati nell’isola di Leros. Così anche per il giovane ufficiale Natta.
A seguito di questa epica resistenza nel pieno rispetto dell’Armistizio di Badoglio, dopo la resa di Rodi, il Comandante Campioni verrà arrestato dai nazisti (come da copione, secondo il piano Achse) e consegnato agli uomini di Mussolini, con l’accusa di Alto Tradimento.
L’Ammiraglio d’Armata, Medaglia di Bronzo al Valor Militare nel 1917, Croce dal Merito di Guerra nel 1918, Governatore del Dodecaneso, militare tutto d’un pezzo, molto rispettato dai suoi uomini, fu condannato a morte e per precisa richiesta del Duce “fucilato al petto” a Parma il 24 maggio 1944, come traditore della Patria. Assieme all’Ammiraglio Luigi Mascherpa, comandante di Leros.
Di quale Patria, onestamente non l’ho ancora ben capito.
Chi fosse poi il vero Alto Traditore, tra Mussolini e Campioni, altrettanto.
Campioni aveva giurato fedeltà al Re d’Italia e alla Marina e mantenuto fede alle scelte – giuste o sbagliate che fossero – del suo legittimo governo.
Mussolini, sfiduciato peraltro dai suoi e decaduto il 25 luglio ‘43 – il Re del suo paese lo fece persino arrestare, giusto o sbagliato che fosse – fece strade diverse, opposte. E al momento di vedere le carte fuggì vestito da soldato tedesco.
Chi fu il vero Alto Traditore tra Campioni e il Duce è quindi tutto da vedersi.
È la storia a dirlo. Il resto sono chiacchiere elettorali, che puntano alla pancia e non al cervello del votante. Anche se molte città dopo 77 anni mantengono tuttora la cittadinanza onoraria al Duce, e non ricordo tante città, monumenti o piazze in onore all’Ammiraglio Campioni. Ma di certo sarà colpa della mia visione particolare del concetto di coerenza, di tradimento e di onore, ovviamente.
L’Ammiraglio Campioni, come il Gen. Antonio Gandin a Cefalonia, fucilato con la sua Aqui sempre il giorno 24, ma di settembre dell’anno precedente.
A Cefalonia i nazisti del Fuhrer, al poligono di Parma i fascisti del Duce.
Vedete differenze?
A Leros anche per gli altri prigionieri italiani fu molto dura, soprattutto quando iniziarono le spedizioni verso i lager in Germania, per i continui bombardamenti degli inglesi sulle navi da trasporto. Natta verrà mandato nel lager di Muhlberg sull’Elba solo nella tarda primavera del ‘44 e dovrà ringraziare Dio (anche se era ateo, mi sembra) se quella nave arriverà a destinazione. Non così il giro successivo, quando sarà affondata con centinaia di morti innocenti.
A Muhlberg nell’estate ‘44 era già un momento particolare, si temeva a breve l’arrivo dell’Armata Rossa. Natta era ufficiale, conosceva bene varie lingue, masticava un po’ di russo, aveva simpatie comuniste e quindi – forse – qualche kommandant lo volle usare quale garanzia per i momenti futuri, oramai inevitabili per la Wehrmacht. Vero o falso che sia, Natta non venne mandato ai lavori forzati, in quanto ufficiale, ma ovviamente conobbe come tutti la fame, il terrore e la tragica legge del lager.
Rientrato in Italia nell’estate del ‘45, oramai comunista convinto e deciso a dedicarsi alla causa politica, iniziò una buona e lunga carriera nell’establishment del PCI sulla strada, giusta o sbagliata che fosse, tracciata dai Togliatti.
Decise, come vari reduci sopravvissuti, di scrivere nel 1954 la sua vita da internato militare italiano, da IMI in un libro che chiamerà proprio L’altra Resistenza, in cui sosterrà che alla resistenza dei partigiani sui monti andrebbe pienamente parificata la resistenza degli IMI, non optanti per il bando di Graziani della RSI.
Ma Natta, uomo nato nel PCI, uomo che ne conosceva le maglie, uomo nascente nella politica del partito tanto poi da arrivare alla segreteria nazionale, che sapeva muoversi bene nella struttura interna, non riuscì a farlo pubblicare.
La casa editrice del PCI, Editori Riuniti, gli negò sempre la possibilità, adducendo motivi di policy aziendale, diremmo oggi. Non era in linea col partito, non era opportuno allora. Natta insistette, ma non riuscì ancora.
(…) Ma di certo ci teneva. Tant’è vero che poco prima di morire nel 1997, a 79 anni, riuscì a realizzare il vecchio sogno di reduce e a dare il libro alle stampe.
Morirà, a obbiettivo raggiunto, 4 anni dopo. Credo soddisfatto.
Ma perché questo ritardo per l’Altra Resistenza?
Perché quel “niet”? Era solo un libro sulla tragedia degli IMI, anche se scritto da un alto uomo politico.
La risposta qui non è nel vento. È sempre la medesima, è sempre molto semplice: la Guerra Fredda.
Solo dopo la caduta del muro di Berlino del 1989, solo dopo la fine di quel periodo così tragico e opaco si potrà voltar pagina.
Come vedete, nessuno in quegli anni toccava certi argomenti. Non era conveniente. Come ancora oggi.
Gli IMI: è proprio vero, nessuno li voleva, nessuno li vuole!
Terra di nessuno anche 60, 70 anni dopo.
(…) Sappiamo che gli IMI sono stati così battezzati da Hitler nell’ordine del 20 settembre ‘43 quando, trasformando i prigionieri italiani in schiavi, si procurò forza lavoro gratis con cui coprire i buchi nella produzione bellica, consentendo parimenti il ripopolamento delle truppe della Wehrmacht e delle S.S. In particolare dopo la disfatta di Stalingrado.
Chiaro, logico. Peraltro in questo modo poteva vendere al ri-alleato Mussolini il fatto che i soldati italiani erano sì in Germania, ma non come prigionieri. Difficile avere un alleato al proprio fianco con i soldati del suo paese ufficialmente prigionieri. Anche sotto il profilo dell’estetica, stonerebbe.
Tutto chiaro dalla parte tedesca.
E per la parte italiana?
Sappiamo che tre giorni dopo, il 23 settembre, a Monaco, Mussolini allora capo della neonata Repubblica di Salò, affiancato nell’occasione dal generale Rodolfo Graziani, suo braccio destro e suo neo Ministro della Guerra, accetterà quell’ordine e lo sottoscriverà convinto.
Non solo – lo ricordo ai più – si dichiarò per iscritto “forza tutelatrice” degli IMI. Anche quelli di Khala, Dora, Buchenwald, Mauthausen o qualsiasi altro diabolico lager. Bloccando così poi le verifiche della Croce Rossa Internazionale e dando una patina di legalità al crimine del Fuhrer.
Atto di per sé anch’esso criminale. Imperdonabile.
Sarebbe interessante capire perché Mussolini accettò tutto questo. Non credo solo per servilismo o perché non avesse alternative. Siamo agli inizi dell’avventura della RSI. Se sei il Duce, vuol dire che qui puoi intervenire.
O sbaglio? Altrimenti saresti stato già subito un fantoccio, come molti crederanno strada facendo, su quella strada che lo porterà pallido verso Piazzale Loreto.
E invece no. Il motivo principale era più subdolo, molto più subdolo. Mussolini e il suo compagno di merende Graziani volevano ricostruire un loro esercito, con cui combattere i partigiani e gli Alleati. I prigionieri italiani, gli IMI, facevano gola, in quel loro obbiettivo.
Erano già 500 mila a quel tempo, poi arriveremo a 700, forse 800 mila. Quindi, perché non lasciarli un po’ a cucinare a fuoco lento nella morsa infernale del Terzo Reich a 12, 14, anche 16 ore di lavoro al giorno, senza tutele o aiuti? Morendo di fame.
Poi si passerà con l’offerta del bando Graziani e sicuramente a frotte firmeranno, a frotte faranno la fila e si spingeranno, sgomiteranno nella coda, per ritornare sotto i comandi di Mussolini. Come il figliol prodigo, pentito, verso la casa del padre.
Ci sono vari documenti e soprattutto le telefonate del 12 ottobre ‘43 tra Mussolini e i sui gerarchi, tra cui il gen. Graziani, dove il Duce quasi scommise che subito, subito almeno 50 mila degli internati sarebbero ritornati soldati nella RSI, ossia un buon 10%, uno su dieci.
«Ma mi volete dire che subito non recuperiamo 50.000 di quelli italiani?… Sarebbe da non credersi se non lo facciamo».
Non succederà, almeno subito e solo in minima parte. E così il generale Graziani sarà immediatamente costretto, per creare il suo esercito, a obbligare la leva dei nati nel 1924 e 1925 e condannare a morte tutti i renitenti. Poi quelli del 1° semestre 1926.
Parliamo di ragazzi di 18 anni, come per i ragazzi del ‘99 ai tempi di Diaz.
Ma permettetemi di ritornare all’importante atto del 23 settembre ‘43 tra l’acquirente degli schiavi IMI (Hitler) e il venditore (Mussolini).
Non serve aver studiato diritto commerciale o aver partecipato a un master della Bocconi, per sapere che la vendita risulta un trasferimento della proprietà tra due parti. Lasciamo perdere che qui parliamo non di materassi o set di pentole, ma di uomini, anche se schiavizzati come al tempo dei campi di cotone, in Virginia o Louisiana.
La vendita ha valore legale se il venditore è titolare della proprietà dell’oggetto del contratto. Ma Mussolini al 23 settembre ‘43 non era proprietario di quegli uomini. No. I soldati italiani dell’IMI avevano giurato fedeltà a suo tempo  al Regno d’Italia e al suo governo, non ad altri regni o governi. Come l’Ammiraglio Campioni.
Perché – ricordiamolo ogni tanto ai seguaci del Duce – al 23 settembre ‘43 e anche dopo, Mussolini era solo il capo della Repubblica di Salò. Nulla più. E la Repubblica di Salò non era l’Italia. La Repubblica di Salò non è mai stata riconosciuta giuridicamente in quanto Stato Autonomo da nessuno, o quasi. Solo 12 Stati: Germania, Giappone, Ungheria, Slovacchia, Croazia, Bulgaria, la Francia di Pétain e altri paesi occupati dalle truppe di Hitler. Nemmeno la Spagna dell’amico fascista Franco, neanche il Portogallo di Salazar, filo-fascista anche lui. Neanche la Romania del “duce” Antonescu.
Neanche dal Vaticano, persino, malgrado le simpatie anticomuniste di Papa Pio XII. Quindi Mussolini non poteva vendere nulla e nulla ordinare a quelli sventurati, molti dei quali peraltro originari del centro-sud Italia, già liberato e mai stato sotto il potere giuridico della RSI.
Tant’è vero che Hitler – criminale di guerra sì, ma anche alquanto attento ai dettagli del diritto internazionale, con la consueta precisione teutonica – fece compilare un documento di accettazione da far firmare (due firme, peraltro) nei lager nazisti tramite i funzionari della RSI, agli IMI per farli aderire al bando di Graziani, i famosi optanti. Un’autodichiarazione, diremmo oggi.
Legalmente furono gli IMI optanti che accettarono quell’offerta, altrimenti di nessun valore legale.
Strano vero? La beffa oltre l’inganno. E che inganno!
Tanto per esser chiari, quando quei soldati italiani furono spediti da Mussolini in guerra dopo il 10 giugno ‘40, il Duce poteva giuridicamente farlo in quanto “governo dell’Italia” e nessun soldato prima di partire doveva firmare un foglio di accettazione, per andare in guerra. Riceveva un ordine, non un’offerta da accettare. E se non partiva, diventava disertore. In Italia, come altrove.
Pertanto, se Mussolini il 23 settembre ‘43 vendette a Hitler un qualcosa di non suo, ma giuridicamente di altri, il nostro codice civile (peraltro licenziato proprio in quegli anni, nel 1942) direbbe che si trattò di furto o di appropriazione indebita, e in quanto tale, atto commesso come “ladro”.
Condividete?
Non meravigliatevi quando scrivo che poi fuggirà come un ladro dopo un colpo andato male. È la storia a dirlo.
Ancora oggi peraltro qualche politico, dal suo punto di vista, vede Mussolini quale perseguitato tanto da desiderare la creazione del reato di “ducefobia contro chi lo accusa o lo offende”.
Siamo davvero un paese strano, un po’ menefreghista, un po’ clown.
Il Duce, avrà anche fatto anche cose buone, liberissima e più che lecita opinione, ma – per la storia – resta ancora un criminale di guerra, autore delle leggi razziali del ‘38, e per il caso degli IMI sotto certi aspetti anche ladro di vite, ladro di anime, ladro di uomini.
E qui mi sorge spontanea un’altra domanda politica sul perché nessuno, neanche a sinistra, abbia voluto mai appropriarsi dell’argomento IMI, in risposta se vogliamo all’argomento Foibe, ancora oggi bene usato elettoralmente dalle forze di destra.
C’erano probabilmente troppe zone opache da nascondere anche a sinistra? Tito, Togliatti? Forse, chissà.
Anche su questo altare gli IMI, i nostri internati militari italiani, sono così stati immolati, per sempre, nei secoli dei secoli. E a tutti andava bene, nel silenzio eterno dei compromessi, nel funerale continuo della coerenza e nella sconfitta degli ideali di giustizia e libertà: ideali per cui un giorno 700 mila uomini preferirono dire di NO e rimanere nei lager di Hitler o nelle sue fabbriche, miniere e gallerie.
Sacrificati da tutti, in eterno, tra l’ipocrisia, la polvere e la vergogna della politica.
Prima, durante e dopo. Nei secoli dei secoli.
la colpa di esser minoranza
20 settembre 2022 – Rinaldo Battaglia
liberamente tratto da ‘La colpa di esser minoranza’ – ed. AliRibelli – 2020