Pola 1920

MAI PIU’: COME E’ PROFONDO IL MALE – Pola, 22 settembre 1920

DI RINALDO BATTAGLIA

REDAZIONE

 

 

Benito Mussolini, un pompiere all’incontrario, un incendiario professionista e, come politico, già mezzo fallito e non ancora promosso a Duce, in un comizio a Pola, il 22 settembre 1920 pochi mesi dopo la devastazione del ‘Narodni Dom’ di Trieste da parte dei fascisti di Francesco Giunta, disse parole di fuoco propedeutiche alle fiamme che poi sconvolgeranno quella terre:
Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava…non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e e Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.
Lo presero, i suoi uomini, davvero in parola.
E per i fascisti di Mussolini gli slavi diventarono così subito solo dei barbari, solo 500.000 scarti del mondo come gli ebrei, solo rifiuti da smaltire, senza tanti perché, in idonei campi di concentramento, in idonee pattumiere costruite ad hoc.
Erano solo fastidi nel programma di gloria fascista.
Ma perché in Italia ancora oggi dopo oltre 80 anni dalla nostra invasione delle terre slave del 6 aprile 1941 non conosciamo quella guerra o ci ricordiamo solo il capitolo che a noi fa piacere ricordare (quello delle foibe comuniste), sebbene impregnato di sangue italiano.
Quella guerra fu un crimine, ma è tuttora bene nascosta nel silenzio nel grande Libro della Storia italiana. Eppure forse è stato il più grande crimine del nostro paese, nei suoi 150/160 anni di vita.
La pagina più infame, più sporca e, sotto mille aspetti, vigliacca.
Come mai non è conosciuta, come mai non se ne parla?
E non certo perché alla fine per noi finì male, no di certo. Ma – invece – per quello che i nostri soldati e, soprattutto, i nostri generali fecero in terra di Jugoslavia. Non è questione di guerra vinta o guerra persa. Anche in Africa ci hanno massacrato. Ad El Alamein a fine ottobre 1942 siamo stati sconfitti, ma – lo si sa – ‘mancò la fortuna, non il valore’. Anche sul Don, nella campagna di Russia, fu una tragedia, una sconfitta secca ed indiscutibile, ma ancora oggi ne parliamo con onore. Il mito dei nostri Alpini, forse, proprio in quell’occasione raggiunse le massime vette di coraggio ed abnegazione. Nessuno lo nega, nessuno lo dimentica, nessuno lo nasconde.
Anche la campagna di Grecia, fallimentare sin dall’inizio nell’ottobre ’40. Ma almeno con pagine di onore e dignità come a Cefalonia, a Leros, Kos o Rodi o in qualche altra sperduta isola del Dodecaneso.
Seppur tra molte pagine nere, come quelle scritte a Domenikon o Farsalo.
Cosa c’è di diverso, quindi, con la campagna in Jugoslavia?
Perché abbiamo iniziato noi? No, di certo. Mussolini ha sempre attaccato per primo o, al massimo, assieme o subito dopo l’amico Hitler. Eravamo noi i guerrafondai, non gli altri. Non abbiamo neanche ‘dichiarato’ guerra al nemico: chi se ne fregava?
Dichiarare guerra, rispettare almeno il galateo delle regole militari significava dar valore al nemico? Era sintomo di debolezza!
Abbiamo invaso e basta. Se gli altri capivano bene, altrimenti avrebbero capito presto.
Cosa c’è di diverso, allora? Cosa c’è di peggiore?
Perché è stata la meno ‘impegnata’ con armi e truppe? Assolutamente no.
Al momento dell’invasione, Mussolini mobilitò i suoi uomini migliori e più fidati (gen. Ambrosio e gen. Roatta) e le più efficienti divisioni con 223.000 soldati, tra Slovenia, Croazia e Dalmazia e altri 80.000 in Montenegro e Bocche di Cattaro. (…) Un terzo della totalità delle nostre Forze Armate di allora.
La risposta è pesante, maledetta, terribile e quindi da nascondere, perché fa paura.
In Jugoslavia, dall’aprile ’41 all’autunno ‘43, abbiamo davvero anticipando i tempi, mettendo a segno tutti quei crimini atroci sulle popolazioni locali che poi – dal settembre ‘43 alla fine della guerra e anche nell’immediato dopoguerra – la nostra popolazione subirà, purtroppo, dagli altri.
Noi siamo stati il ’prima’ e poi è arrivato il ‘dopo’.
E – volendo – tutto parte dalle parole del Duce a Pola in quel 22 settembre 1920.
Prima siamo stati i carnefici, dopo le vittime.
Cronologicamente dopo le vittime.
(…) E’ stata una guerra di ‘copia e incolla’. Il demonio che genera crimine e poi subisce.
Villaggi saccheggiati e dati a fuoco come – poi – da noi, anche nel nostro Veneto.
Fucilazioni di massa di civili. A Lubiana la fossa di Gramozna Jama, due anni dopo a Roma le Fosse Ardeatine.
Città trasformate in campi di concentramento, con reticolati e fili spinati, come a Lubiana dove morirono, sotto la nostra occupazione, per fame e violenze 33.000 persone, oltre il 10% della popolazione civile.
Abbiamo aperto oltre 40 campi di concentramento, soltanto sul luogo, per 100.000 slavi ed ebrei, atrocità poi subite da nostri connazionali, ebrei e non ebrei. Altre migliaia di croci e di anime scomparse tra i reticolati e le camere a gas.
Furti, stupri di massa, omicidi senza processi perché solo il potenziale sospetto, solo il sospetto dava diritto ai nostri generali e ai nostri ufficiali ad uccidere chiunque. Succederà così dopo l’8 settembre ‘43, nell’Italia in mano ai nazisti e ai fascisti di Salò. Anche al centro-sud, con le marocchinate vigliacche.
Deportazioni di massa di popolazioni intere decise per legge, come in Slovenia nella primavera ‘42, con la ‘circolare 3 C’ di Roatta.
Tre anni dopo si chiamerà “esodo giuliano-dalmata”. E sarà Tito a dettar legge.
Civili uccisi senza colpe o per il solo motivo di essere ‘slavi’ sin dal 6 aprile ‘41, italiani uccisi o infoibati senza colpe o per il solo motivo di essere ‘italiani’ dopo l’8 settembre’43.
Massacri di paesi in Croazia e Slovenia ai tempi di Testa e Pirzio Biroli, massacri di paesi a Sant’Anna, Marzabotto, Vinca, Fucecchio nel ‘44.
Si potenziarono le divisioni tra il ‘nemico’ creando la guerra civile tra gli slavi.
Nel biennio ‘43/’45 gli italiani si divideranno in due e si uccideranno senza pietà.
E’ stata una guerra di ‘copia e incolla’.
E’ solitamente chi inizia è sempre il più colpevole, anche se non ci sono pochi alibi per chi, poi, ‘reagisce’ con altrettanta smisurata violenza o con altrettanto odio.
Se oggi una persona non sa cosa vuol dire il termine ‘fascismo’, nella nostra guerra in Jugoslavia trova tutte le sue risposte. Se oggi, in Italia, una persona difende il fascismo di Mussolini o riprende, negli attuali partiti politici, i suoi dettami o i suoi ideali è perché non conosce appieno la nostra guerra in Jugoslavia. Soprattutto i discorsi sulla razza superiore, sull’italianità che superava nel credo fascista le altre nazioni ‘barbare’. In perfetta sintonia col Fuhrer. In perfetta vigliaccheria nella Shoah. Sì, aveva proprio ragione Primo Levi: “Il nazismo in Germania è stato la metastasi di un tumore che era già in Italia”.
Anche un grande intellettuale austriaco, costretto alla fuga negli Stati Uniti dopo l’annessione nazista del suo paese, Wilhelm Reich, nel 1933 scrisse parole di fuoco sul nostro fascismo, colpevole proprio di aver fatto scuola al fascismo tedesco che, con Hitler, proprio allora si prendeva – con la violenza – il potere totale:
La teoria della razza non è una creazione del fascismo. Al contrario: il fascismo è una creazione dell’odio razziale e la sua espressione politicamente organizzata. Di conseguenza esiste un fascismo tedesco, italiano, spagnolo, anglosassone...”.
Non diversamente scrisse di recente forse il più grande storico italiano attuale, Alessandro Barbero, quando precisò che nel mondo, anche oggi, il termine ‘fascismo è un termine passpartout internazionale, di cui il nazismo tedesco è stata solo una variante’.
E in tempi di Covid, abbiamo amaramente capito che le varianti esistono solo perché prima nasce e si sviluppa un virus principale, non bloccato purtroppo opportunamente all’inizio.
Normale quindi che nella nostra cultura storica noi non conosciamo i massacri dell’estate 1942.
Quello orrendo di Podhum, ad esempio, di quel 12 luglio. Massacro che nel nostro conoscere quotidiano, non esiste. Se abbiamo, per decenni, coperto di silenzio totale la Risiera di San Sabba, quindi è ovvio che Podhum e gli altri massacri vengano cancellati dalla memoria collettiva. Abbiamo nascosto le foibe per 50 anni e ora è diventato un motivo politico di contesa, persino sul numero ‘previsto per legge’ dei morti infoibati.
Come qualcuno ha deliberato nel mio Veneto (mozione n. 29 del 23 febbraio 2021), regione leader sotto il profilo economico e alquanto retrograda sotto molti altri aspetti, troppo spesso solo chiacchiere e distintivo.
Abbiamo posto i morti delle foibe in confronto coi morti della Risiera di San Sabba e della Shoah, come fosse stato un torneo di calcio e non due atrocità altrettanto deprecabili, criminali, sporche. Da conoscere e far conoscere, a fondo, in quanto tali.
Il modo migliore di lottare contro questi crimini resta, per davvero, solo la loro conoscenza e per quanto ci compete, in quanto italiani e in quanto figli di quella generazione, studiare compiutamente il fascismo, reagendo contro chi oggi lo riduce a festa nazionale o, peggio, a ‘gancio’ per ottenere voti elettorali.
Abusando dell’ignoranza storica, tipica del nostro paese.
Che non è ignoranza di ‘non aver studiato’ o di ‘non aver saputo’, ma è ignoranza di sentimento, aridità di cuore, carenza di buon senso, povertà di apertura mentale. Ignoranza che fonda le proprie radici nella cultura che ancora oggi colpisce le minoranze, gli stranieri, le donne, gli omosessuali, i diversi sotto qualsiasi aspetto.
Ignoranza che, ancora nel 2020, fa dire a nostri leader politici che nella campagna di Russia molti nostri soldati, alpini e fanti, “sacrificarono la loro vita per gli ideali di libertà e di democrazia” e non avere l’onestà intellettuale di ammettere che quella tragedia serviva solo per glorificare un dittatore e farsi forte col socio-padrone di Berlino.
Ignoranza che, ancora nel 2020, genera la paura di ricordare con forza la giornata del 25 aprile, chiamandola non più ‘festa della Liberazione’ dal nazifascismo, ma più banalmente festa della libertà ‘contro un esercito invasore’.
Ignoranza che, ancora nel 2020, consente che in molte città italiane, come la mia Vicenza, si mantenga la ‘cittadinanza onoraria’ al Duce neanche fosse stato un eroe di cui vantarsi.
E tutto il crimine dei massacri degli italiani, in terra slava, contro gli slavi in quanto tali e delle successivi foibe contro gli italiani in quanto italiani, tutto ebbe il suo ufficiale battesimo da quelle terribili parole del futuro Duce, a Pola in quel maledetto 22 settembre 1920.
Subito dopo, solo nel primo ventennio, dal 1922 al 6 aprile 1941, almeno 70 mila slavi ‘passati sotto l’Italia’ (Istria e Dalmazia) scelsero o meglio furono costretti a scegliere altre strade, quasi in toto il nuovo Regno di Jugoslavia ma anche posti lontani, come l’America e l’Australia. A facilitare la scelta contribuirono, ovviamente, anche 200 condanne per complessivi 2.000 anni di carcere e almeno 10 a morte (e tutte eseguite) inflitte loro dai fascisti. Ed eravamo solo agli inizi.
Qualche dato storico sul periodo successivo?
(…) Lo storico serbo Velimir Terzic, in ‘Il crollo del Regno di Jugoslavia’ del 1982, arrivò stando ad archivi e documenti ad almeno 437.395 morti e a complessivi 749.000 considerando i feriti, gli invalidi e i deportati. Altri storici slavi invece, come lo sloveno Zvonimir Zerjavic nel 1989, quantificarono i morti ‘degli italiani’ in poco oltre i 300.000.
In ogni caso: un crimine.
Per usare le parole testuali ‘la stragrande maggioranza era rappresentata da vittime civili giacché, secondo le stime ufficiali jugoslave, le perdite tra i combattenti in quadrati nelle formazioni partigiane ammontarono complessivamente a 306.000 uomini’. Le cifre, pesantissime e non bisognose di ulteriori commenti, vennero altresì integrate dai dati dei reduci dei campi di concentramento e sterminio in Jugoslavia e Italia (la Risiera di San Sabba venne quasi considerata come un transito per Auschwitz, come nei fatti avvenne), dalla ‘distruzione del 25% degli abitati e dai danni arrecati dagli occupanti (italiani) ai rami dell’industria, dell’agricoltura, dei trasporti e delle materie prime’.

a Podhum scrivevo sui muri

22 settembre 2022 – Rinaldo Battaglia
liberamente tratto da ‘ A Podhum io scrivevo sui muri’ – ed. Ventus/AliRibelli – 2022